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La mafia stravolge la concorrenza

di Giovanni Negri

La concorrenza non è libera, non può esserlo, se un'impresa è protetta da un accordo tra due dei principali sodalizi criminali, mafia e camorra. E perché scatti il reato conseguente (articolo 513 bis del Codice penale, introdotto dalla legge Rognoni-La Torre del 1982) non serve che per l'imposizione di un'azienda da parte della criminalità organizzata siano utilizzati effettivamente violenza o minacce per eliminare i concorrenti. Basta il semplice impiego di un metodo mafioso che non ha così neppure bisogno di atti dirompenti.

A queste conclusioni arriva la sentenza n. 6462 del 21 febbraio della Seconda sezione penale della Corte di cassazione che ha annullato l'ordinanza del tribunale del riesame di Napoli che aveva rimesso in libertà due fratelli accusati di essere tra gli ufficiali di collegamento nell'accordo tra Cosa nostra e il clan dei casalesi inteso a condizionare il trasporto ortofrutticolo su gomma in alcune zone della Campania e della Sicilia.

I fratelli, nell'ambito di un'ampia operazione di contrasto alla criminalità organizzata, erano stati incarcerati con l'accusa di avere imposto una specifica ditta per il trasporto dei prodotti ai commercianti che operavano nei mercati della Sicilia occidentale e in quelli, campani, di Fondi, Aversa e Giugliano. Cosa nostra attraverso i casalesi aveva esteso la propria platea di acquirenti verso i mercati laziali e campani, mentre i casalesi, grazie alla protezione della mafia, non solo avevano conservato le tratte verso la Sicilia, ma avevano incrementato il loro giro d'affari.

Il tribunale di Napoli, però, esaminando l'impugnazione presentata dalla difesa era giunto alla conclusione che il reato di illecita concorrenza con minaccia o violenza si configura solo se all'imposizione di un'impresa da parte della criminalità organizzata fa poi seguito l'uso di azioni violente o minacciose per eliminare uno o più concorrenti; in caso contrario anche se l'imposizione ha comportato la limitazione dell'accesso di altri imprenditori sul mercato, si può configurare solo il reato di associazione mafiosa sulla base dell'articolo 416 bis del Codice penale.

Ma per la Cassazione l'obiettivo della norma è «di reprimere l'illecita concorrenza attuata con metodi mafiosi che impedisce il libero gioco del mercato. Il legislatore nella lotta contro la mafia ha infatti cercato di adeguare gli strumenti normativi ai differenti modelli operativi delle associazioni criminali che sono capaci di penetrare nelle attività economiche e produttive attraverso forme di intimidazione al fine di ottenerne il controllo e comunque di condizionarne la gestione».

E allora la condotta tipica consiste nel compimento di atti di concorrenza, caratterizzati da violenza o minaccia, nell'esercizio di attività imprenditoriale nei confronti di altre aziende che operano nel medesimo settore: «la previsione non sanziona, infatti, ogni forma di concorrenza oltre i limiti legali, ma la turbativa arrecata al libero mercato in un clima di intimidazione e con metodi violenti». L'interesse tutelato consiste, dunque, in primo luogo nel buon funzionamento dell'intero sistema economico che non può essere compromesso da posizioni di prevalenza conquistate con strumenti illegali.

Inoltre, la sentenza precisa che la concorrenza sleale punita dalla norma si realizza sia quando la violenza è esercitata in maniera diretta contro l'imprenditore concorrente, sia quando l'obiettivo è raggiunto in maniera indiretta agendo, con i medesimi metodi, nei confronti di altri. L'utilizzo del metodo mafioso, ancora, non ha neppure bisogno, sottolineano i giudici, della minaccia aperta e della violenza fisica se non in casi estremi. L'assoggettamento sul territorio degli imprenditori al dominio dell'associazione criminale può essere ottenuto anche senza la consumazione di episodi eclatanti di violenza, ma la libertà economica risulta compromessa egualmente. Infine la portata estensiva della norma, che ne fa comunque un punto importante dell'arsenale a disposizione per assicurare un normale tessuto imprenditoriale non solo in aree a rischio, trova riscontro nella lettura dei giudici che ritengono possa essere applicata anche per reprimere manifestazioni criminali diverse da quelle considerate in via principale dal legislatore del 1982.

 

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