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La macchina dello stato è più digitale ma investe ancora poco

Per chi ama guardare il bicchiere mezzo pieno, si festeggia una (piccola) promozione. Per i pessimisti, siamo fermi (molto) sotto la sufficienza. Quel 24esimo posto che l’Italia quest’anno guadagna all’interno dell’indice Desi appena pubblicato e che misura dal 2015 la digitalizzazione dei 28 Paesi europei (analizzando la connettività a banda larga, le competenze digitali, l’utilizzo di Internet, la digitalizzazione delle imprese, dei servizi pubblici e le spese in ricerca e sviluppo), è sì un passo avanti rispetto al 2018, quando eravamo 25esimi. Ma è anche vero che dietro di noi ci sono «solo» Polonia, Grecia, Bulgaria e Romania. E con un punteggio di 43,9 siamo ben lontani dalla Finlandia, prima a quota 70.

Eppure, qualcosa da festeggiare c’è sul serio. Guardando a due parametri fondamentali, connettività e servizi pubblici digitali, non siamo così indietro rispetto ai «giganti» digitali nordici che occupano le prime posizioni. «Oggi in Italia i servizi pubblici online e open data sono prontamente disponibili e la diffusione dei servizi medici digitali è ben consolidata», nota la relazione della Commissione europea. Che aggiunge: «La copertura a banda larga veloce e la diffusione del suo utilizzo sono in crescita, pur se quest’ultima rimane sotto la media». Insomma, almeno per quanto riguarda 5G e digitalizzazione della pubblica amministrazione siamo sul binario giusto.

È d’accordo Mariano Corso, professore di Leadership e Innovation alla School of Management del Politecnico di Milano e tra i fondatori degli Osservatori di innovazione digitale dell’ateneo: «Negli ultimi anni, soprattutto grazie al lavoro di Agenzia Digitale, dapprima con un piano triennale, ora alla seconda edizione, e del team per la trasformazione digitale, qualche miglioramento si è registrato, anche per merito di progetti infrastrutturali strategici che, seppure tra alti e bassi e con qualche divario tra Nord e Sud, cominciano a produrre risultati concreti». Ecco i numeri: l’Anagrafe nazionale oggi ha registrato 23 milioni di italiani: erano 14 a fine 2018; il sistema dei pagamenti elettronici pagoPa vede 17mila pubbliche amministrazioni attive (di cui però solo 3700 hanno ricevuto un pagamento) con 50 milioni di euro di transazioni effettuate; il sistema pubblico di identità digitale (Spid) ha erogato 4 milioni di identità digitali; sono già 120 milioni le fatture elettroniche emesse («Siamo stati tra i primi in Europa ad attivarla — dice Corso — e la spinta è arrivata proprio dalla Pa, per arrivare poi alle imprese»); il fascicolo sanitario elettronico è completamente operativo già in 14 regioni; gli open data pubblicati sul sito del governo sono oltre 25 mila: erano 22mila a fine 2018.

Progressi«Sono stati anni di fatica, ma utili per ingranare la marcia — ribadisce Corso —. Ora abbiamo una strategia e potenzialmente le risorse per metterla in atto, possiamo dire di aver cambiato passo e ci muoviamo verso uno scenario in cui il digitale trasformerà in modo irreversibile i processi, anche nel pubblico».

Quello che ancora deve avvenire, suggerisce Corso, perché il passaggio si completi, è un però un cambio culturale nei confronti del pubblico. «Bisogna iniziare dalle competenze: per digitalizzare l’amministrazione pubblica non bastano certo gli 85 euro che oggi spendiamo per cittadino, nè tantomeno di quel solo giorno di formazione all’anno che viene erogato, a fronte dei sei, sette in Francia e Regno Unito — spiega il docente —. Il pubblico è la spina dorsale di un Paese: dove funziona riesce a trainare tutti i settori. Al contrario, un’amministrazione obsoleta ha come risultato cittadini e imprese poco digitali. Sembra scontato, ma forse è necessario ribadire che non investire sul digitale significa far rallentare il Paese». Il Desi dà in parte ragione del ritardo accumulato dall’Italia, dove ancora oggi tre persone su dieci non utilizzano Internet abitualmente e più della metà della popolazione non ha competenze digitali di base. Una carenza che influenza anche l’offerta digitale delle imprese.

Ma oltre a competenze e strumenti rinnovati, secondo Corso serve ribaltare il punto di vista. «È un tema di considerazione — spiega —: si deve abbandonare il pregiudizio secondo il quale la pubblica amministrazione è un calderone di corruzione endemica da combattere a suon di leggi, oppure la “casa” di dipendenti fannulloni. Anche perché questa macchina non è più quella che conoscevamo». Dopo anni di blocco del turnover, dicono i dati, il gigante si è molto ridimensionato: oggi nel pubblico lavorano 3,2 milioni di addetti, 13 lavoratori su cento, sette in meno rispetto alla Francia. «L’età media, poi, è molto avanzata — prosegue Corso —: oltre 500mila dipendenti hanno più di 62 anni e nel corso del 2019 andranno in pensione. Bisognerà sostituirli: ma con chi? Servono giovani formati e con competenze digitali, ma anche se avessimo tutte le figure necessarie, come si potrebbero attrarre nel pubblico, un settore che ancora sconta un forte deprezzamento sociale, figlio anche di politiche scellerate come anni e anni di clientelismo?».

Il cammino è dunque tracciato, ma l’impegno, da qui e per i prossimi anni, dovrà essere costante. «Attrarre e trattenere personale qualificato è una delle priorità — conclude il docente —. Una spinta potrebbe arrivare dalla managerializzazione del settore e da una nuova governance della sua trasformazione digitale: due azioni che aiuterebbero a non doversi più confrontare con emergenze come quella, salita di recente agli onori della cronaca, dei medici “mancanti”. Per non essere più costretti a dover leggere che in Molise arriva l’esercito per coprire i buchi della sanità che non abbiamo saputo prevedere e colmare».

Francesca Gambarini

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