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La lotta impari di SuperMario contro la deflazione le previsioni deludono i prezzi resteranno sotto il 2%

Da appena due settimane, la Banca centrale europea si è lanciata in una serie di scelte così radicali che solo pochi anni fa nessuno avrebbe ritenuto possibili. Ha di fatto azzerato gli interessi sui prestiti. Ha iniziato a tassare in modo sostanziale le banche che tengono i propri fondi fermi presso l’Eurotower. Ha annunciato che allargherà il proprio bilancio di mille miliardi di euro, anche comprando prestiti alle imprese e alle famiglie per renderli più facili.

Due settimane dopo, è come se non fosse successo nulla. Forse meno che nulla, dato che gli investitori di tutto il mondo hanno ripreso a prepararsi per uno scenario di deflazione in Europa più alacremente di prima. Fosse così, vorrebbe dire che la ripresa dei consumi e degli investimenti in Italia sta scivolando in là nel tempo e la tenuta del debito pubblico resta sovrastata dalle nubi. Per ora solo un punto è certo: i dati a cui guarda la stessa Bce dicono che la rivoluzione perseguita questo mese da Mario Draghi, il suo presidente, per ora non è bare, stata a cambiare gli stati d’animo. La trasformazione in positivo della psicologia dei cittadini e degli investitori che riuscì a Draghi nel 2012, per il momento, non si sta ripetendo.
È stato lo stesso presidente della Bce meno di un mese fa a offrire un parametro sul quale misurare la situazione e il compito stesso della Bce. Lo ha fatto a Jackson Hole, Wyoming, durante un seminario della Federal Reserve. «Per tutto agosto i mercati finanziari hanno indicato che le aspettative di inflazione mostrano un notevole declino su tutti gli orizzonti – disse Draghi -. Il tasso swap cinque anni su cinque anni è sceso appena sotto il 2%: questa è la misura che noi usiamo di solito per definire l’inflazione di medio periodo». Sono solo poche parole. Ma per un presidente della Bce, si è trattato di un’innovazione tale che da allora anche i profani hanno iniziato a interessarsene. Il cosiddetto swap «cinque anni su cinque anni» esprime l’inflazione che il mercato si aspetta fra cinque anni di prevedere fra altri cinque. È una sintesi delle attese sull’andamento dei prezzi sull’arco di un decennio, che in realtà rivela in primo luogo gli stati d’animo del momento. Draghi in Wyoming rivelò che questo è il termometro con il quale egli stesso misura il rischio che l’inflazione scenda troppo, e concluse che ciò era esattamente ciò che stava accadendo. «Il rischio di non agire – dichiarò – è superiore al rischio di agire».
La parola del banchiere italiano è fra le più pesanti al mondo e, non appena Draghi la pronunciò, subito il tasso swap «cinque anni su cinque anni» invertì la rotta. Smise di scende- iniziò a salire. Come mostra il grafico in questa pagina quell’indicatore continuò a puntare nella direzione desiderata – verso l’alto – anche quando il 4 settembre la Bce passò ai fatti con misure sempre più audaci. Ora però la novità è che questa ripresa psicologica non è durata. Sono passate appena due settimane dalla svolta che a Draghi è costata molti attacchi personali in Germania, e le aspettative di inflazione hanno già ricominciato a puntare in basso. Negli ultimi giorni sono scivolate persino sotto al punto al quale erano quando Draghi denunciò la loro caduta al seminario della Fed. La Bce ha indicato al pubblico un termometro preciso, ha somministrato la medicina, eppure ora il termometro non dà la temperatura desiderata.
Probabile che sarebbe stato anche peggio, se Draghi non avesse fatto niente. Ma se il banchiere centrale crede ai suoi stessi strumenti, non è lontano il momento in cui dovrà chiedersi quando è il caso di fare di più. Del resto la barriera dell’impensabile, a Francoforte, è già infranta da un pezzo.
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