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“La lotta all’inflazione non è più la priorità”

NEW YORK — «Il nostro obiettivo dominante è il massimo di occupazione », annuncia Jerome Powell. Perciò, a mali estremi, estremi rimedi. Contro la depressione economica da lockdown il presidente della Federal Reserve vara una rivoluzione monetaria che fa impallidire perfino le terapie-shock varate dopo il 2008. L’inflazione non è più un nemico, anzi. «Il vero problema è un’inflazione troppo bassa». Ogni mezzo va usato per rianimare un’economia agonizzante. L’annuncio viene dal capo della banca centrale americana in occasione del raduno annuo a Jackson Hole nel Wyoming. La data del 27 agosto 2020 segna una svolta come ce ne sono poche nel mondo dei banchieri centrali: l’ultimo precedente di tale rilievo è il “Whatever It Takes” di Mario Draghi che salvò l’Eurozona dalla disintegrazione. Stavolta viene cancellata un’ortodossia che risale alla fine degli anni Settanta, al monetarismo di Milton Friedman e alla sua applicazione da parte del presidente della Fed Paul Volcker. La banca centrale più potente del mondo rinnega uno dei suoi obiettivi sacri cioè la lotta all’inflazione. Perché in questo contesto è anacronistica e dannosa. Il risultato finale, vuol dire tassi zero o sottozero e liquidità abbondante a perdita d’occhio, per un orizzonte temporale extra-lungo. Powell conta sull’effetto annuncio delle sue parole, le aspettative degli investitori devono incorporare questa prospettiva di una politica monetaria iper-espansiva, di un costo del denaro ai minimi storici, per molto tempo.
Il nucleo dell’annuncio è l’abbandono di un principio: quello che comandava di prevenire l’inflazione, alzando i tassi d’interesse non quando l’inflazione è già rinata e supera il 2%, ma non appena se ne profila il rischio all’orizzonte. Questo non accadrà più. In futuro, prima che ci si possa attendere un rincaro del costo del denaro bisognerà che l’inflazione sia una realtà, non una potenzialità. Inoltre la banca centrale è talmente determinata a far rinascere l’inflazione — come effetto collaterale di una robusta crescita economica ed occupazionale — che intende compensare i periodi deflazionistici cercando di spingere l’indice dei prezzi sopra il 2%. All’origine di questa svolta c’è una duplice constatazione. Primo: perfino quando la crescita c’era, e nel caso americano aveva generato il pieno impiego (ciò fu vero fino al gennaio di quest’anno), di tensioni sui prezzi non c’era traccia. Il pericolo di uno shock inflazionistico era scomparso da anni, anche per il ridotto potere contrattuale dei lavoratori e la stagnazione salariale. La seconda constatazione: da febbraio-marzo siamo entrati in un altro capitolo storico.
La pandemia, i lockdown, hanno dato una botta tremenda alla crescita globale. Con limitatissime eccezioni — forse la Cina — il mondo è in recessione. I numeri immediati sono talmente brutti (un terzo di Pil americano perso in un trimestre) da far gridare alla depressione. Rischiamo un “decennio perduto” come furono gli anni Trenta del secolo scorso. Ecco perché la politica monetaria deve cambiare le sue premesse. La Fed aveva già sperimentato terapie d’urto dopo la crisi sistemica del 2008-2009: tassi a zero e quantitative easing, cioè migliaia di miliardi di liquidità gettati nell’economia acquistando titoli sui mercati. La cura-shock funzionò e fece scuola. Ora Powell sente l’urgenza di fare di più perché questa crisi è già peggiore del 2008. Fermo restando l’uso dei tassi zero o sottozero, e altre dosi massicce di quantitative easing, la banca centrale vuole agire in modo profondo e durevole sulle aspettative di lungo termine.
Il messaggio che lancia ai mercati è che i tassi resteranno bassissimi e la liquidità rimarrà sovrabbondante fino a quando l’inflazione non sarà risorta in modo chiaro, visibile, oltre il 2%. E se rimane sotto, si cercherà di spingerla al di là di quel target. Tutti gli operatori economici — banchieri e imprenditori, consumatori e risparmiatori — ne traggano le conseguenze. Le famiglie americane ne ricavano un aumento di reddito disponibile quasi immediato sotto forma di riduzione dei ratei sui mutui casa e sulle carte di credito. Il governo federale può continuare a fare manovre di spesa pubblica in deficit, finanziandosi a costi irrisori. Le imprese possono emettere bond pagando interessi minimi. La Borsa non può che gioire. Le chance di rielezione di Donald Trump ne ricevono un aiuto. Va esclusa una volontà deliberata della Fed di intervenire nel gioco elettorale. Il voto unanime con cui è stata approvata la svolta di Powell include i membri democratici del suo Board. La Fed adempie a un compito istituzionale: sostenere la crescita e l’occupazione. Se un sostegno così deciso alla ripresa aiuterà il governo in carica, amen. L’effetto collaterale sui sondaggi non può influenzare la banca centrale né in un senso né nell’altro. Powell incorpora nei suoi messaggi una dimensione sociale: «Questa crisi colpisce in modo sproporzionato i più deboli»

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