Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

La lite temeraria sbarca al Tar

di Antonio Ciccia 

La nuova disciplina delle liti temerarie e del contributo unificato socchiudono le porte di Tar e Consiglio di stato. Da un lato il decreto correttivo del codice del processo amministrativo (dlgs 195/2011, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 273 del 23 novembre 2011) e dall'altro la manovra economica aumentano il rischio che il giudizio amministrativo sia fonte di un salasso per le parti in causa, esposte a multe per liti avventate e comunque a costi rilevanti per il solo fatto di essersi rivolti al servizio giustizia.

Chi inizia un ricorso amministrativo deve spendere di più e comunque è soggetto alla spada di Damocle di forti multe se il giudice ritiene che ha agito o resistito in giudizio abusando del diritto di difesa.

Questo l'effetto dei recenti interventi del legislatore, spinto da impellenze economiche, per fronteggiare le quali non si esime da mettere in campo strumenti per fare cassa mettendo le mani nelle tasche delle parti in giudizio.

Ma vediamo di analizzare i nuovi istituti che obiettivamente rappresentano ostacoli, tra i quali l'avvocato è chiamato a districarsi.

La disciplina delle liti temerarie

Il decreto correttivo modifica l'articolo 26 del Codice del processo amministrativo (dlgs 104/2010) e prevede che il giudice condanna d'ufficio la parte soccombente al pagamento di una sanzione pecuniaria, in misura non inferiore al doppio e non superiore al quintuplo del contributo unificato dovuto per il ricorso introduttivo del giudizio, quando la parte soccombente ha agito o resistito temerariamente in giudizio.

Le novità rispetto all'attuale formulazione del secondo comma dell'articolo 26 (sostituito con la formula sopra ricordata) sono molte.

L'attuale articolo 26 prescrive un risarcimento all'altra parte a carico della parte soccombente quando la decisione è fondata su ragioni manifeste o orientamenti giurisprudenziali consolidati: chi perde può trovarsi a dover pagare al suo avversario, se ha iniziato una causa o ha resistito in una causa pur avendo palesemente torto o in contrasto con le tesi accreditate unanimemente dal consiglio di stato e dai Tar.

Le cose cambiano e di molto con il correttivo. Innanzi tutto non si tratta più di un risarcimento del danno, ma di una sanzione pecuniaria, Inoltre il beneficiario del versamento non è il vincitore, ma è lo stato. Viene, poi, fissato un minimo e massimo: la multa nel minimo non può essere inferiore al doppio del contributo unificato dovuto per il ricorso introduttivo del giudizio, e nel massimo non deve essere superiore al quintuplo. Quindi la multa sarà molto elevata per i processi in materia di appalti, per i quali si rischia una multa da 8 a 20 mila euro; per la generalità dei processi la sanzione va da 1.200 euro a 3 mila euro. Rimane, rispetto alla vecchia versione dell'articolo 26, il potere di condanna d'ufficio da parte del giudice e, quindi, non c'è bisogno di una richiesta di parte.

Cambia, soprattutto, invece, il presupposto per l'applicazione della sanzione (rispetto al presupposto della condanna al risarcimento del danno), che è così descritto dalla nuova disposizione: quando la parte soccombente ha agito o resistito temerariamente in giudizio. Mentre la valutazione del presupposto è sempre in capo al giudice, va segnalato che scompare il riferimento agli «orientamenti giurisprudenziali consolidati».

Nella vecchia versione basta la contrarietà alla giurisprudenza consolidata per una condanna al risarcimento del danno. Anche se i tratta di un concetto non sempre ben definibile: ad esempio ci si può chiedere se basta una sentenza difforme a eliminare il presupposto richiesto. Oppure se perchè un orientamento possa dirsi consolidato debba essere intervenuta l'adunanza plenaria del Consiglio di Stato o se basta la sentenza di una sezione.

Inoltre si è constatato che una regola di questo tipo, comunque, impedisce qualsiasi mutamento di giurisprudenza e le parti sarebbero fortemente vincolati e disincentivati a proporre ricorsi sostenendo tesi in contrasto con quelle precedenti, ma maturate a seguito di novità legislative o comunque di una evoluzione interpretativa. E questo in un ordinamento giuridico che non attribuisce effetto vincolante al precedente giurisprudenziale.

L'abbandono del presupposto dell'orientamento giurisprudenziale consolidato (avvenuto anche per il settore appalti con l'abrogazione dell'articolo 246 bis del codice dei contratti pubblici) dà più tranquillità a parti e avvocati, che potranno proporre tesi interpretative nuove, anche se rimane il limite generale della temerarietà. Insomma la sanzione colpisce la mala fede di chi strumentalizza il processo per perdere tempi ai danni di controparte e non chi batte nuove strade interpretative.

La regola in commento vale naturalmente sia per il privato sia per l'amministrazione resistente. Quest'ultima, anzi, quando riceve un ricorso deve attentamente valutare le ragioni del ricorrente e se le riconosce valide farà bene ad agire in autotutela. Anche perchè se l'amministrazione perde e viene condannata a pagare la sanzione, scatterà l'obbligo di denuncia alla corte dei conti a carico di chi ha autorizzato la costituzione in giudizio.

Contributo unificato

Le manovre dell'estate 2011 hanno aumentato a 600 euro il contributo unificato per i ricorsi di valore indeterminabile e per gli appalti si pagano 4 mila . Inoltre si applica al processo amministrativo il raddoppio dell'importo dovuto nel caso di omessa indicazione del fax o dell'indirizzo di Pec del difensore.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Il consiglio di Atlantia (e quello di Aspi) hanno risposto al governo. Confermando di aver fatto tut...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Serviranno ancora un paio di mesi per alzare il velo sul piano industriale «di gruppo» che Mediocr...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Il piano strategico al 2023 rimane quello definito con Bce e sindacati. Ma una revisione dei target ...

Oggi sulla stampa