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La liquidità si sposta sull’euro

Ieri l’euro ha toccato un nuovo massimo da otto mesi a questa parte sul dollaro toccando un picco di seduta a quota 1,3644. Una nuova giornata di rialzi quindi dopo il balzo di mercoledì, giornata in cui il mercato si aspettava nuove misure di stimolo da parte della Bce, come un taglio dei tassi di interesse o l’annuncio di un nuovo piano di finanziamenti agevolati alle banche (Ltro). La delusione per le non mosse dell’Eurotower si è andata peraltro a sommare all’incertezza sulla situazione americana. Lo shutdown, cioè la chiusura degli uffici negli Stati Uniti, a causa dello stallo sul budget Usa, ha alimentato infatti le speculazioni sul fatto che l’eventuale rallentamento dell’economia possa spingere la Federal Reserve a ritardare ancora il tapering, cioè la riduzione degli stimoli monetari. Prospettiva questa che indebolisce il biglietto verde.
I flussi sui fondi Ue
Al di là delle questioni di politica monetaria c’è un altro fattore da considerare per spiegare la forza dell’euro e riguarda i consistenti flussi di investimento che continuano a riversarsi sui fondi azionari e obbligazionari europei. Gli ultimi dati Epfr Global aggiornati all’1 ottobre, parlano di un trend positivo che dura da 13 settimane consecutive per l’azionario. Da maggio ad oggi – calcola sempre Epfr Global – i fondi equity specializzati in Europa hanno registrato un afflusso netto pari a quasi 20 miliardi di dollari. A fronte di un mercato obbligazionario in grossa difficoltà, per effetto del rialzo dei tassi Usa, anche i fondi bond europei hanno poi registrato un saldo positivo pari 1,58 miliardi di dollari da maggio ad oggi.
Effetto tapering
Le aspettative di una riduzione degli stimoli monetari, alimentate già da maggio dal presidente della Fed Ben Bernanke, hanno innescato una corposa fuga da quegli asset che in questi anni hanno corso proprio sulla spinta della liquidità a basso costo. In particolare azioni e bond dei Paesi emergenti che, nello stesso periodo, hanno sperimentato un deflusso netto di oltre 55 miliardi di dollari. Fondi che si sono spostati soprattutto sui fondi azionari di Europa e Stati Uniti.
La decisione della banca centrale Usa, che al direttivo di settembre ha spiazzato i mercati decidendo di non tagliare gli stimoli ha solo in parte attenuato questa tendenza. Se è vero infatti che i fondi equity e bond emergenti hanno recuperato 4,6 miliardi di dollari nelle ultime tre settimane del mese, è anche vero che questo non ha avuto alcun impatto sui fondi europei. Nello stesso periodo infatti fondi equity e bond del Vecchio Continente hanno registrato flussi di investimento netti per oltre 7 miliardi di dollari. Un dato che spiega come mai per tutto il mese di settembre l’euro si sia mantenuto saldamente sopra la soglia di 1,33 dollari e c’è chi intravede quota 1,40 dollari è ormai all’orizzonte. Una risalita che rischia di avere effetti negativi sulle export e, di riflesso, sulla già debole ripresa del Vecchio Continente. Un paradosso se si pensa che il flusso di capitali sui fondi europei è stato in parte innescato dai timidi segnali di ripresa arrivati proprio in questo ultimo periodo dai dati macroeconomici.

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