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La liquidità al top spinge i listini: in circolazione 91mila miliardi di dollari

Vincerà Trump o Biden? Gli investitori se lo stanno chiedendo e con ogni probabilità in questa fase stanno puntando su un esito (in un modo o nell’altro) senza contestazioni elettorali. Altrimenti sarebbe difficile spiegare il nuovo trend rialzista partito il 23 settembre che ha visto l’indice S&P 500 guadagnare il 9% e portarsi poche ore fa a meno di due punti percentuali dal massimo storico a 3.592 punti del 2 settembre. Discorso analogo per il Nasdaq che in 13 sedute è risalito del 12% superando ieri a tratti la soglia dei 12mila punti.

C’è poi un altro modo, un po’ più schietto, per commentare l’andamento della più grande Borsa al mondo (che a sua volta impatta su tutti gli altri mercati). A guidarla, molto più delle aspettative su chi siederà da gennaio nella stanza ovale della Casa Bianca, è molto più semplicemente la liquidità. Non a caso nelle ultime ore la liquidità in circolazione ha aggiornato un nuovo massimo oltre quota 91mila miliardi di dollari, nelle stesse ore in cui la capitalizzazione delle Borse globali avvicinava per la prima volta nella storia la soglia dei 92mila miliardi (30mila miliardi in più rispetto ai minimi relativi dello scorso marzo). Per capire quanti soldi siano e avere qualche metro di giudizio in più basti pensare che il prodotto interno lordo globale dovrebbe attestarsi a fine anno intorno agli 80mila miliardi. Borse e liquidità valgono più del Pil. E questo secondo Warren Buffett è un indicatore preoccupante, o quantomeno contrarian.

L’abbondante liquidità è diretta conseguenza delle politiche monetarie espansive delle banche centrali che a partire dal 2009 hanno espanso i bilanci come non mai comprando asset finanziari. La liquidità immessa nel sistema finisce depositata presso le banche, che a loro volta erogano credito verso gli operatori economici che poi ridepositano una parte dell’erogato presso altre banche. Tale processo è chiamato “moltiplicazione monetaria”. Tale liquidità tecnicamente si chiama M2 ed è composta oltre che dalle banconote in circolazione anche dai depositi bancari con durata inferiore a due anni e i depositi rimborsabili con preavviso fino a tre mesi. Nella base monetaria ci sono sia i depositi dei privati ma anche quelli delle imprese. L’aumento dei primi – si pensi che la liquidità parcheggiata nei conti correnti in Italia è superiore ai 1.400 miliardi e in Europa a 10mila – è imputabile a un crescente atteggiamento guardingo dei risparmiatori che in questi mesi pandemici, tra lockdown totali e parziali, si è inasprito. Nell’Eurozona a inizio anno il tasso di risparmio delle famiglie era al 12%; a luglio è raddoppiato al 24,63%. Si registrano dinamiche simili un po’ in tutto il mondo: negli Usa è passato dal 7,6% al 14,1% con una punta del 33,6% ad aprile, in Gran Bretagna dal 6% al 28%, in Italia dal 13,3% al 18,6%. E via dicendo.

L’altra faccia della medaglia della liquidità da guinness, dicevamo, è rappresentata dai depositi delle imprese. Perché quando un’impresa emette un bond, nel momento in cui deposita l’importo che riceve in finanziamento ne risulta un aumento della base monetaria. Grazie ai tassi bassi, quando non negativi, è prassi di molte imprese in gran parte negli Usa, finanziarsi per acquistare azioni proprie, attraverso i cosiddetti buyback e/o distribuire dividendi che in parte vengono reinvestiti in azioni dell’azienda stessa. Questi buyback – che solo per le società dell’S&P 500 viaggiano intorno a una media di 800 miliardi l’anno dal 2018 – sono figli della liquidità dei record sulla quale galleggiano ormai le Borse.

Come evidenzia il grafico in pagina il recupero a “V” di Wall Street dai minimi di marzo è accompagnato proprio da un aumento senza precedenti della liquidità globale. Da allora la Federal Reserve ha espanso il bilancio da 4mila a 7mila miliardi di dollari. In termini nominali è stata addirittura superata dalla Bce che nello stesso arco temporale ha acquistato titoli (è così che principalmente una banca centrale espande il bilancio) per oltre 2.500 miliardi, portando gli asset in portafoglio dai 5mila miliardi di febbraio agli attuali 7.600 miliardi. E sembra che non sia finita qui dato che secondo gli investitori gli stimoli proseguiranno. Anche per questo ieri il rendimento del BTp a 30 anni ha toccato un nuovo minimo all’1,54% mentre il 50 anni spagnolo è scivolato addirittura all’1,18%.

A questo punto resta da capire se arriverà mai un giorno in cui i mercati finanziari torneranno a vivere di vita propria, potendosi reggere sulle proprie gambe senza questa enorme massa di “inflazione finanziaria” (che ha gonfiato prima le valutazioni dei bond e ora si sta riversando sulle azioni) creata dal torchio delle banche centrali che sta macinando soldi ininterrottamente da ormai 10 anni.

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