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La leva del Tesoro per il salvataggio Quel cartello «Vendesi» che pende sul sistema

 

Il governo non mette il naso nelle vicende bancarie, è il mantra dell’esecutivo di Matteo Renzi. Solo che nella vicenda del terzo salvataggio di Mps — alle prese con un aumento di capitale da 5 miliardi e la contemporanea cessione di tutti i crediti in sofferenza — un intervento politico si è rivelato inevitabile di fronte ai timori di un insuccesso dell’operazione. E ha portato giovedì all’uscita di scena a sorpresa del ceo Fabrizio Viola, dopo oltre quattro anni al vertice di Siena.

SlittamentoUfficialmente il governo non ha preso posizione. Ma è chiaro sul mercato che la decisione sia stata determinata dal Tesoro, che di Mps è primo azionista con il 4%. «È tutto sotto controllo», è stata l’indicazione arrivata a caldo giovedì sera da una fonte del Tesoro dopo la notizia delle dimissioni: un modo per intestarsi politicamente l’avvicendamento e dimostrare che l’esecutivo ha interesse a portare a casa il salvataggio.

Non si sta rivelando però facile la strada che porterà al un terzo aumento di capitale per Siena, dopo gli otto miliardi chiesti tra il 2014 e il 2015. La capitalizzazione attuale, circa 700 milioni, certamente non aiuta: le banche d’affari capitanate da Jp Morgan e Mediobanca se ne sono accorte molto presto. Già ad agosto i sondaggi presso gli investitori avevano fatto emergere una certa difficoltà a collocare l’aumento con lo stesso capo-azienda, anche se secondo varie fonti si sarebbe trattato dell’opinione di una esigua minoranza di investitori. In ogni caso, allora si decise comunque di andare avanti, forse confidando che il mercato si sarebbe messo al vento. Invece gli scenari sono diventati sempre più foschi a causa dell’incertezza determinata dal risultato del referendum costituzionale di fine autunno.

Non è un caso che a Cernobbio il presidente del Consiglio abbia cercato di smorzare i rischi di un eventuale vittoria del «no»: «Non ci sarà la fine del mondo o l’invasione delle cavallette». La possibile instabilità politica conseguente a una sconfitta di Renzi al voto sta tuttavia tenendo lontani gli investitori dall’impegnarsi sul Montepaschi, che hanno fatto sapere alle banche del consorzio di pre-garanzia di volere attendere l’esito della consultazione popolare. La conseguenza è che l’aumento non potrà che tenersi all’inizio del 2017, oltre la tempistica che sarebbe stata indicata dalla Bce e preferita da Viola per risolvere il problema dei 27,7 miliardi di crediti in sofferenza da cedere.

Serviva dunque un elemento di rottura per riuscire ad ottenere lo slittamento dell’aumento, possibilmente senza ripercussioni con i regolatori. Le dimissioni «concordate» di Viola — su cui avrebbero pesato anche forti contrasti con le banche d’affari relativamente alle fee da riconoscere al consorzio — potrebbero fungere da pretesto, anche se non è detto che Bce accetti senza fiatare il cambio in corsa di un manager che godeva della sua fiducia. E non è detto poi che a gennaio-febbraio il clima sui mercati sia più favorevole, perché ci potrebbe essere contemporaneamente una richiesta di capitali di Unicredit e forse anche da altri grossi gruppi stranieri.

SuccessioneInoltre adesso si pone un problema non da poco: chi prenderà in mano Mps? Le indiscrezioni circolate immediatamente dopo l’annuncio hanno dato in pole position Marco Morelli, numero uno di Bofa-Merrill Lynch in Italia, già vicedirettore generale di Siena dal 2006 al 2010 e prima ancora proprio banker di Jp Morgan. Morelli — la cui Bofa-Merrill Lynch è parte del consorzio — dovrebbe tenere in piedi il piano di Jp Morgan, banca di cui è top manager l’ex ministro del Tesoro, Vittorio Grilli, e il cui numero uno, Jamie Dimon, a inizio luglio ha incontrato Renzi, parlando anche del tema Mps.

Tuttavia dal 29 luglio, giorno della bocciatura di Mps agli stress test dell’Eba, il piano originario è andato modificandosi: non più 5 miliardi di capitali freschi da chiedere al mercato, ma un «mix di opzioni» (definizione del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan), compresa la conversione su base volontaria dei bond subordinati in mano agli investitori istituzionali.

A fine luglio però un piano alternativo era arrivato: quello di Corrado Passera. Il banchiere ex Intesa Sanpaolo ed ex ministro dello Sviluppo economico del governo Monti ha elaborato una proposta che prevede un aumento da 2,5 miliardi riservato a private equity internazionali — ne avrebbe sondati una decina — la conversione dei bond subordinati in mano agli istituzionali per 1 miliardo di euro e due anni di utili messi a riserva per rafforzare ulteriormente il capitale. Lo scorso 29 luglio Passera non riuscì a presentare il piano al board di Mps, nonostante gli accordi con il presidente Massimo Tononi, perché considerato fuori tempo massimo. La posizione di Passera non appare solida dentro il governo ma comunque sta provando a giocare, di nuovo in extremis, la sua partita per Siena.

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