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La lente di Francoforte Alleanze e fusioni per ridurre la sofferenza

Banche anno zero. Avviata l’Unione bancaria europea, con le conseguenti prescrizioni in termini di requisiti di capitali e di trasparenza, le maggiori banche italiane sono chiamate ora a immaginare un futuro industriale che sarà necessariamente molto diverso dal recente passato. 
In attesa delle norme promesse la scorsa settimana dal premier Renzi, il centro del mondo creditizio si è spostato da Roma a Francoforte e gli istituti bancari devono fare i conti, in questo 2015, con alcuni aspetti che abbiamo provato a sintetizzare in queste pagine: il nodo delle crescenti sofferenze, i requisiti di capitale, la Vigilanza unica continentale e una governance che deve meglio soddisfare le esigenze di rappresentatività, efficienza, tempestività.
Direttrici
Verso queste direttrici si svolgerà l’attività dell’intero settore nei prossimi dodici mesi, con impegni diversi a seconda dei casi. Tutti però dovranno confrontarsi (e possibilmente trovare una soluzione) con «il» problema, ovvero, in quale ambito e in che modo realizzare i ricavi. In otto anni, è cambiato il mondo. Del vecchio, restano macerie: agenzie abbandonate, crediti irrisolti. A cui si aggiunge un numero crescente di lavoratori a cui è difficile prospettare un futuro, nonostante le tutele che il sistema ha saputo negli anni garantire internamente.
Con i tassi di interesse vicini allo zero e la disintermediazione creditizia per mano di Internet e del crescente successo del web-banking , gli istituti di credito si sono visti prosciugare due delle principali fonti di ricavi. Fatto particolarmente avvertito dalle banche commerciali, comparto nel quale sono quasi esclusivamente attivi i principali istituti italiani.
Soluzioni
È un problema industriale grave, che stenta a trovare soluzione. Acuito da circostante esogene all’industria bancaria, come la scarsa o nulla crescita del pil, i timori di deflazione, un euro che per troppi anni non ha rispecchiato la vera forza, sovrapesandola, dell’economia europea al confronto con altre realtà, statunitense in primis . Per ora è stata data la risposta più semplice e banale: si sono tagliati i costi, facendo opera di razionalizzazione. Ma il problema dei ricavi è e resta centrale per tutta l’industria. La crescita double digit , a cui per anni qualcuno si era piacevolmente abituato, non è più ragionevolmente raggiungibile. Il nodo delle cedole, che ha tenuto attaccato al mondo bancario la parte più inefficiente e parassitaria della politica italiana, è destinato a sciogliersi. Solo gli istituti di credito più capaci potranno remunerare adeguatamente il capitale investito dai soci, ma a livello sensibilmente più basso di quanto accadeva solo pochi anni fa e soltanto dopo aver accantonato a riserve di capitale una buona parte di quegli utili, da cui derivano in ultima sede le cedole distribuite
Rapporti
Banche anno zero, dunque. Anche se qualcuno è più indietro. I casi del Monte dei Paschi di Siena e della Carige sono ancora aperti a qualsiasi soluzione, nessuna di queste appare indolore. Tra le principali banche italiane quotate, nel corso del 2014, ben sette hanno dovuto fare ricorso ad aumenti di capitale per allinearsi alle esigenze dell’Unione bancaria europea. Sette banche per un totale di 9.300 milioni chiesti ai soci a fronte di una capitalizzazione di Borsa di appena 13.362 milioni. Un rapporto da brividi, sebbene pesantemente influenzato dal fattore Mps (vedi dati in tabella). Peraltro una situazione non definita, visto che proprio Monte dei Paschi e Carige hanno in cantiere un altro paio di aumenti per complessivi 3.200 milioni, il che porterebbe il rapporto a 13.362 milioni di capitalizzazione di Borsa contro 12.500 milioni chiesti ai soci in poco più di un anno. Banche, anno zero.
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