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La legge anticorruzione in Aula al Senato dopo due anni di scontri

Con un deciso scatto di reni, alla fine governo e maggioranza riescono a incardinare in aula al Senato il disegno di legge anticorruzione con il giro di vite sul falso in bilancio, che, a questo punto, verrà approvato la prossima settimana per poi passare alla Camera. E sempre alla vigilia delle annunciate dimissioni del ministro Maurizio Lupi per i favori chiesti a un indagato, si ricuce in parte lo strappo provocato due giorni fa dall’Associazione nazionale magistrati con il premier Renzi («Il governo accarezza i corrotti e schiaffeggia i giudici»): «A Mattarella abbiamo manifestato il disagio delle toghe ma ora bisogna superare i contrasti..» ha detto il presidente dell’Anm Rodolfo Sabelli dopo l’incontro di ieri con il capo dello Stato. 
Il caso Lupi — innescato dalle intercettazioni telefoniche chieste della Procura di Firenze — ha accelerato le delicate partite aperte in materia di giustizia. Con molta tenacia, il capogruppo del Pd al Senato, Luigi Zanda, è dunque riuscito a ottenere che il ddl anticorruzione fosse incardinato in Aula nella giornata di ieri dopo lo svarione del governo che mercoledì aveva un po’ pasticciato con la data di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale di una norma di riferimento (la tenuità del fatto) per la nuova disciplina del falso in bilancio. Soddisfatto per l’accelerazione anche il presidente del Senato Pietro Grasso che ha molto a cuore il provvedimento perché fu lui, da semplice senatore, a rompere il ghiaccio in materia di anticorruzione il 15 marzo del 2013 con il suo disegno di legge. E sono passati ben 724 giorni. E così, alla fine, anche il presidente della commissione Giustizia, Francesco Nitto Palma (Forza Italia), ha dovuto cedere il passo alle fortissime pressioni (maggioranza, governo, presidenza del Senato) e consentire, senza ulteriori rinvii, che il testo approdasse in Aula nel pomeriggio di ieri.
«Alleluia, Alleluia» aveva detto Grasso lunedì nel momento in cui il governo tirava fuori dal cassetto l’emendamento sul falso in bilancio. «Evviva, evviva» ha replicato, non senza perfida ironia, Nitto Palma quando ha appreso (convocato dalla capigruppo) che il provvedimento sarebbe andato subito in Aula. «Che sia un alelluia o un evviva non fa differenza. Il disegno di legge è arrivato in Aula: era ora. Un passo importante per un cammino ancora lungo» ha chiuso il match il presidente Grasso.
E quanto sia delicata la materia trattata lo ha spiegato con autorevolezza il relatore Nico D’Ascola del Ncd (avvocato, autore di pubblicazioni sul falso in bilancio). Dopo la sostanziale depenalizzazione del 2001 (governo Berlusconi), si torna dunque alla pena da 3 a 8 anni nel caso delle società quotate. Ma sarà reato di pericolo anche per le società non quotate (pena da 1 a 5 anni), salvo, però, i casi in cui il giudice riconosce i fatti di lieve entità (1-3 anni) e quelli in cui scatta la particolare tenuità del fatto e dunque la non punibilità.
La prossima settimana, ricorda la presidente della commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti (Pd), «siamo pronti all’“uno-due”: falso in bilancio al Senato, allungamento dei tempi di prescrizione alla Camera». Il non detto del pacchetto giustizia però, ora più che mai riguarda il nodo della riforma delle intercettazioni telefoniche, che il caso Lupi ha riportato tra i dossier all’attenzione del governo. E qualcosa di concreto si muove anche sul fronte del processo civile: il ministro Andrea Orlando ha annunciato che verranno spesi 10 milioni di euro per incentivare la conciliazione e altre procedure alternative al processo attingendo personale dalle graduatorie dell’Ice.
Tutto rinviato per l’elezione dei due giudici costituzionali mancanti. Ancora fumata nera e tutto lascia pensare che la partita della Consulta si concluderà solo a luglio quando scade anche il mandato del giudice Paolo Maria Napolitano. Allora ci saranno tre giudici da eleggere dal Parlamento diviso in tre blocchi (Pd, FI, M5S) .

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