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Con la Lagarde cambia la musica

A Parigi, d’inverno, Luigi XIV risiedeva al Louvre. Quando la folla davanti ai cancelli accennava un tumulto faceva chiamare D’Artagnan, capo dei Moschettieri. Che arrivava a cavallo e, quando cominciavano a volare ortaggi e mele, con la spada li infilzava al volo con riflessi fulminei. Di solito questo spettacolo calmava il popolo, che adorava D’Artagnan. L’esordio di Christine Lagarde alla presidenza della Bce me lo ha ricordato. Dei giornalisti, bloccava le domande al volo. Dopo aver chiarito chi è. «Non sono né una colomba, né un falco, la mia ambizione è di essere un gufo, che spesso è associato a un po’ di saggezza» ha affermato Christine Lagarde alla prima conferenza stampa come Presidente Bce, il 12 dicembre.

Foulard blu di Hermes con croci Templare. Anello nobiliare al mignolo. Inglese perfetto, da Boston, di chi, dopo la laurea in Scienze Politiche a Aix-en-Provence, ha passato 25 anni in uno studio d’avvocati d’affari negli Stati Uniti, prima di diventare Ministro al Commercio Estero con Villepin. Ministro del commercio e della Pesca nel governo Fillon. Ministro dell’economia, dell’Industria e dell’impiego sempre nel governo Fillon. Poi, dal 2011 direttore generale del Fondo Monetario Internazionale.

Gran classe ed eleganza. Ma anche disciplina. Figlia di due professori del liceo e lettere classiche, mette subito le cose in chiaro con i giornalisti: «Prima delle domande, prenderò un paio di minuti per raccontarvi qualcosa». «Avrò il mio stile. Non cercate di indovinare le mie intenzioni, non fate riferimenti incrociati». Due minuti dopo, con la destrezza di D’Artagnan, schiva una domanda sui tassi negativi «Ho capito dove vuole arrivare», ammonendo il giornalista col dito indice, a mo’ di fioretto. Neanche il tempo di respirare e arriva l’annuncio di una prossima «revisione strategica» della politica monetaria, che suona come un compito in classe che non si faceva dal 2003. È cambiato il direttore d’orchestra.

Convincente sì, ma ancora da scoprire. Il giorno prima, l’11 dicembre, è stato il turno di Jerome Powell della Fed, che ha riservato sorprese positive. Colomba, nonostante i dati economici più forti delle attese appena usciti negli Usa. Pil Usa al 2.1%. Disoccupazione, scesa al 3.5%, sui minimi dal 1969. 266.000 nuovi occupati in novembre. Inflazione al 2.3% al netto delle componenti volatili di alimentari ed energia. Altra cosa sorprendente, voto all’unanimità sul mantenere i tassi invariati all’1.50-1.75%. Tassi fermi per l’anno prossimo?. L’anno scorso pensavano di alzarli tre volte e invece li hanno tagliati tre volte. «Si sbaglieranno anche stavolta?» .

Dulcis in fundo, l’accordo fra Cina e Usa, da ratificare a inizio gennaio 2020. Rinviati i nuovi reciproci dazi doganali previsti per il 15 dicembre. Dimezzati dal 15% al 7.5% i dazi introdotti in settembre, segno di buona volontà. Rimangono in vigore i dazi del 25% su 250 miliardi di dollari. Il problema non è risolto, ma fa sperare in una ripresa a breve del commercio fra le due superpotenze. Le buone notizie arrivano insieme. Sventato il timore di un «hung Parliament», con Boris Johnson, alla guida dei Tories, che ha stravinto le elezioni con la più forte maggioranza dal 1987, il Regno Unito tira il fiato e i mercati anche.

Un rialzo cosi lungo nessuno se lo aspettava. Tutto bene? No. L’Orso non si vede, sembra già in letargo, ma in Borsa continuano a rastrellare oro. Le Banche centrali ma non solo. Anche grandi privati. Tanto che il Wall Street Journal si chiede quanto cupi siano gli orizzonti che qualcuno teme, tanto cupi da far sparire simili quantita’ di metallo giallo e di contante in dollari, senza lasciare traccia. Il nero vince, in questo gioco invisibile. Perchè, se si sveglia, l’Orso avrà molta fame.

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