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La guerra delle valute colpo duro contro gli Usa Ma rischia anche la Cina

La guerra dei dazi si arricchisce di un nuovo capitolo. Tra Washington e Pechino sono cominciate le prove generali di una guerra parallela, quella delle valute. Tutto è cominciato lunedì mattina con la mossa della banca centrale cinese che ha fatto salire per la prima volta il cambio dollaro-renminbi sopra la quota simbolica 7 a 1, che non era stata varcata da anni. L’indebolimento della moneta cinese (il renminbi è detto anche yuan) è una mossa con cui Xi Jinping può tentare di compensare l’effetto dei nuovi dazi Usa annunciati per il primo settembre: i dazi americani automaticamente rincarano il made in China, la svalutazione competitiva ha l’effetto opposto. Nella tarda serata di lunedì è arrivata la reazione di Washington: per la prima volta dal 1994 e quindi per la prima volta da quando la Cina si è integrata nell’economia globale, il Tesoro Usa la denuncia ufficialmente come una nazione che “manipola la valuta”, aprendo la strada in teoria a nuove misure sanzionatorie.
È la dichiarazione formale di una guerra delle monete che può prolungare e amplificare quella dei dazi. Non una deflagrazione immediata, però. Ieri la banca centrale cinese ha evitato di prolungare la discesa del renminbi, mostrando cautela, un gesto che ha momentaneamente placato i mercati. In quanto al Tesoro Usa, per ora l’aver bollato la Cina come una manipolatrice del tasso di cambio non ha conseguenze concrete.
È un tassello aggiuntivo in un armamentario giuridico che legittima le future ritorsioni americane. Peraltro già annunciate, visto che in assenza di novità sul fronte commerciale dall’inizio di settembre altri 300 miliardi di merci made in China saranno assoggettate ai dazi aggiuntivi Usa. Con quella nuova raffica di dazi, praticamente la totalità delle importazioni americane dalla Cina sarà soggetta a tassazione protettiva-punitiva.
Va ricordato l’argomento di Donald Trump: l’export americano verso la Cina è sempre stato colpito da dazi superiori, vi è dunque una mancanza di reciprocità. Lo squilibrio nell’interscambio tra i due paesi continua ad essere enorme: 167 miliardi di dollari è stato il deficit bilaterale americano nella prima metà di quest’anno. È però in calo, e in questo senso i dazi stanno funzionando: le importazioni americane dalla Cina si sono ridotte del 12%. Xi Jinping ha meno spazio di manovra del suo omologo: poiché Pechino importa un quinto di quel che esporta in America, la sua capacità di replicare colpo su colpo con i dazi si sta già esaurendo. Un’alternativa è compensare i dazi Usa rendendo meno care le merci cinesi attraverso la svalutazione.
La guerra delle monete finora era stata evitata, perché ha delle controindicazioni. La Cina è anche una grossa importatrice di materie prime, petrolio in testa, che paga in dollari. Se deprezza il renminbi, è automatico il rincaro della sua bolletta energetica. Un altro rischio è la fuga di capitali. I risparmiatori cinesi, impauriti dalla svalutazione della propria moneta, possono cercare di diversificare i propri portafogli aumentando i titoli stranieri. Esportare capitali dalla Cina non è facile come da un paese occidentale, però ci sono strade per aggirare le restrizioni valutarie e in passato sia i risparmiatori che le imprese cinesi vi hanno fatto ricorso nei momenti di paura. Questo si collega con la denuncia del Tesoro Usa sulla manipolazione valutaria. Una premessa di quella denuncia, è che il renminbi sia effettivamente manipolabile, cioè controllato dalla banca centrale e quindi dal governo di Pechino (l’autorità monetaria in Cina non è indipendente dall’esecutivo). Nella realtà la valuta cinese naviga in un sistema ibrido. In parte risponde alle forze di mercato, domanda e offerta, come il dollaro o l’euro, lo yen giapponese o la sterlina britannica. In parte è la People’s Bank of China (Pboc) a dirigerne le oscillazioni tenendolo agganciato ad un paniere di valute. Questo modello ibrido si traduce anche nell’esistenza di due mercati valutari, uno a Hong Kong ed uno a Shanghai, con cambi diversi e anche tassi d’interesse diversi. La transizione della Cina verso una libera fluttuazione del cambio sembrava avviata alcuni anni fa. Poi alcuni scossoni di Borsa — con relative fughe di capitali, in particolare nel 2015 — convinsero Xi a ripristinare dei controlli sulle uscite di capitali.
L’arma valutaria è a doppio taglio, ma in questa escalation di ostilità tra le due superpotenze ciascuna sembra disposta a infliggersi qualche danno pur di piegare l’avversario. Gli appassionati di teoria del complotto potranno trovare interessante la coincidenza con la ripresa di attività missilistiche che proprio in questi giorni tornano a intensificarsi nella Corea del Nord.
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