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La guerra dei messaggini in contanti

Nel giro di pochi mesi ci stanno provando tutti, ognuno con le armi di casa. L’ultima a convertirsi al mobile commerce è stata Snapchat, l’app di messaggistica che ha appena inaugurato un servizio per inviare e ricevere denaro tramite chat. Ma il mese scorso era stata la volta di Twitter, che aveva lanciato i pagamenti a colpi di 140 caratteri, mentre all’inizio dell’estate anche la cinese WeChat aveva introdotto la possibilità di pagare tramite l’applicazione usando i codici QR. Senza considerare i big: da Apple ad Alibaba tutti vogliono un sistema di pagamento «fatto in casa». Per ora manca all’appello solo Facebook, ma non dovrebbe tardare visti i rumor che si rincorrono da mesi sullo sviluppo di un sistema basato sull’app di messaggistica Messenger. 
Nuove tendenze
Se l’ecommerce continua a crescere, infatti, ad attirare i big è ora il mobile commerce. Cioè le transazioni fatte attraverso i dispositivi mobili, che aumentano sempre più. Così come i pagamenti peer-to-peer, che secondo le stime della società di analisi Forrester arriveranno a quota 5,2 miliardi di dollari entro la fine del 2014 per raggiungere i 12 miliardi entro il 2017.
L’Italia non fa eccezione: da noi, secondo i dati diffusi dall’Osservatorio B2c del Politecnico di Milano, il mobile commerce vale 2,6 miliardi di euro (il 20% del totale ecommerce). E, Silicon Valley a parte, uno dei sistemi più innovativi per il trasferimento di denaro via smartphone è italiano. Si chiama Jiffy e lo ha lanciato il gruppo Sia (Società Interbancaria per l’Automazione) a luglio: lo strumento lega il codice Iban al numero di cellulare e consente di fare bonifici cliccando su una piccola icona che appare accanto al nome del destinatario nella rubrica dello smartphone. La prima ad attivare il «WhatsApp dei pagamenti» è stata Ubi Banca, ma anche altri istituti di credito italiani aderiranno presto a Jiffy. Che ha ambizioni europee: dato che si basa su standard Sepa (Area unica pagamenti in euro) il suo bacino potenziale è di 400 milioni di correntisti in tutta l’Ue.
Un numero che lo rende più interessante e appetibile di altri strumenti simili messi in campo dalle aziende tecnologiche statunitensi. Snapcash, il servizio di Snapchat, conta per esempio su un bacino molto più ristretto: ha infatti solo 100 milioni di utenti unici mensili, molti dei quali probabilmente non potranno usare il servizio visto che è utilizzabile solo dai maggiorenni mentre lo zoccolo duro dell’app sono i teenager dai 13 anni in su. Pure Twitter, che da un lato ha inaugurato il pulsante «compra» per fare acquisti tramite tweet e permette agli utenti francesi di inviare e ricevere denaro grazie alla partnership con la banca Bpce, può contare su un bacino potenziale di poco più di 270 milioni di utenti unici mensili.
Dalla Cina
Il cinese WeChat, che a giugno ha iniziato a sperimentare un metodo di pagamento basato sull’utilizzo dei codici QR, soffre di un problema analogo: ha sì 400 milioni di utenti unici mensili, ma gran parte di questi (circa 300) arrivano dal mercato interno della Cina. Insomma, a livello globale sembra proprio che la parte del leone spetterà a Facebook, quando deciderà di scendere in campo: anche se Mark Zuckerberg è in ritardo (che sia al lavoro su uno strumento di transazione monetaria lo si sussurra da quando, mesi fa, ha assunto l’ex numero uno di PayPal), può comunque contare su una base da 1 miliardo e 300 milioni di utenti unici mensili da far fruttare il giorno in cui scenderà in campo.
Per ora, in lizza, ci sono solo i big del tech globale. E loro sì, che sfoggiano numeri interessanti. La cinese Alibaba conta 300 milioni di utenti attivi mensili solo per la piattaforma di pagamento AliPay, inaugurata nel 2004. La pioniera PayPal ne ha dichiarati 250 milioni a fine 2011. Mentre Apple per il suo ApplePay ha come potenziale bacino tutti i possessori di iPhone 6. Per il momento, chi fa davvero affari è la miriade di startup all’ombra dei colossi e che si occupano di pagamenti mobile. Snapcash, per esempio, si appoggia a Square, lanciata nel 2011 da Jack Dorsey, uno dei fondatori di Twitter. Venmo, fondata nel 2009, è stata comprata da Braintree tre anni e più tardi e la stessa Braintree, inaugurata nel 2007, è stata acquisita a sua volta da PayPal l’anno scorso per 800 milioni di dollari. Poi c’è Stripe (2010) che conta sul sostegno di grandi fondi di investimento (e pure dei co-fondatori di PayPal) e che già lavora con Twitter e con Facebook.
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