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La guerra banche-big tech comincia con l’Amazon coin

Nei prossimi anni il numero delle banche si ridurrà drasticamente. Due sono i motivi principali. Prima di tutto c’è un tema puramente industriale. La riduzione dei margini operativi, legata ai tassi negativi, spinge il settore verso un maggiore controllo dei costi e di conseguenza a economie di scala. La risposta più semplice sono le aggregazioni. L’altra sarebbe creare maggiore efficienza.

C’è poi la necessità di seguire l’evoluzione tecnologica. E quasi certamente questa è la causa principale. Innovare processi e servizi impone grandi investimenti che solo pochi istituti possono sostenere. La sfida viene dai big tech che guardano con sempre maggiore attenzione al settore finanziario. Che cosa significa per la banca istituzionale? Che lo sportello, per come lo conosciamo, sparirà. La filiale dovrà infatti garantire al cliente un servizio senza soluzione di continuità.

Correva l’anno 1994 e il fondatore di Microsoft, Bill Gates, dichiarava: The world needs banking not banks. Il mondo ha bisogno di servizi bancari, non di banche. Una profezia che si è avverata. Il credito è oggi a portata di smartphone. La banca viaggia in rete ed è accessibile in ogni luogo e a ogni ora. Ma nel terzo millennio la realtà sta superando qualsiasi previsione. Un esempio su tutti. Può sembrare incredibile ma Amazon potrebbe presto battere una sua moneta. Il colosso dell’ecommerce sta studiando uno strumento di pagamento che avrà corso all’interno del suo sistema di servizi.

La sperimentazione dovrebbe iniziare in Messico e successivamente espandersi in altri mercati emergenti dove la società americana potrebbe offrire anche carte di credito in collaborazione con le banche locali. Gli utenti della piattaforma saranno in grado di cambiare il loro denaro in Amazon Coin e così potranno spendere per acquistare prodotti e servizi. Ovviamente il gigante di Seattle non ha voluto commentare le indiscrezioni.

Come mai questa scelta? La valuta digitale Amazon potrebbe fidelizzare utenti-imprese e aumentare il peso del gruppo, considerato il ruolo che svolge in molte economie. Non è un caso che il progetto sia inizialmente destinato ai mercati emergenti. In quasi tutto il Sud America aziende e rivenditori attivi sull’ecommerce, specie se internazionali, potrebbero preferire pagamenti in «moneta di Seattle» piuttosto che in pesos, una delle valute più instabili al mondo. Se poi il colosso dell’ecommerce dovesse iniziare a fare credito ai rivenditori, allora la valuta Amazon potrebbe davvero far concorrenza a quelle sovrane emesse dagli Stati. Il bello è che tutto questo accade proprio quando Jeff Bezos ha annunciato che lascerà il ruolo di amministratore delegato. Il fondatore cederà infatti il testimone ad Andy Jassy, ceo di Amazon Web Services, azienda dedicata alla fornitura di sistemi di cloud computing. Bezos, comunque, non lascerà del tutto la società: diventerà presidente esecutivo.«Nel mio nuovo ruolo intendo concentrare le energie e la mia attenzione su nuovi prodotti e iniziative», ha dichiarato l’imprenditore.

La similitudine

Secondo i maligni questa decisione riporta alla memoria il passo indietro di Gates. Una scelta che all’epoca salvò Microsoft dallo spezzatino. La decisa sterzata verso il digitale conferma che Amazon punta molte carte sul primato nel cloud e nei suoi servizi. Insomma, Bezos sembra credere in quanto tentato da Mark Zuckerberg con il progetto Libra (oggi Diem), creando una valuta privata ma con una base potenziale di miliardi di utenti in tutto il mondo. Va ricordato che la Diem di Facebook e degli altri membri dell’omonima associazione svizzera si è scontrata con la granitica opposizione delle autorità americane ed europee.

Il social network si è visto così costretto a ridimensionare le proprie ambizioni monetarie e parlare più genericamente di un mezzo di pagamento. Una ritirata strategica inevitabile. Tutte le banche centrali stanno iniziando sperimentazioni di valute digitali pubbliche ma continuano a essere negative sulle criptovalute private (in particolare sul Bitcoin). Amazon sta dunque tastando il terreno. Partendo dai mercati emergenti e dal lancio di un più modesto strumento di transazione «domestico», la società sembra aver scelto la via di un’avanzata graduale. Una mossa comprensibile legata anche ai cambiamenti politici americani.

La lobby bancaria Usa ha chiesto al neopresidente Joe Biden più regole per il settore finanziario. I ceo dei grandi istituti di Wall Street hanno domandato all’amministrazione democratica una stretta nel campo dei pagamenti, dei depositi e del credito. L’obiettivo è proprio impedire che colossi digitali possano fornire servizi bancari senza sottostare a oneri regolamentari e di capitale.

L’accusa è chiara. I big tech hanno prosperato in ambito finanziario grazie a un arbitraggio normativo: hanno fatto concorrenza sfruttando i minori obblighi e l’assenza di spese di compliance per offrire servizi a costi inferiori. Una presa di posizione che segna un cambio di rotta. Inizialmente le banche americane avevano cercato un compromesso, siglando alleanze. Tuttavia, le intese Goldman Sachs-Apple e Google-Citi erano apparse quasi come una resa.

Adesso il vento è cambiato. La lobby, guidata da Jamie Dimon ceo di Jp Morgan, ha chiesto a Biden di pareggiare il peso regolamentare tra big bank e big tech. Gli istituti di credito stanno cercando di convincere il governo che sia opportuno togliere ai colossi tecnologici, oltre che alle società del fintech, l’autorizzazione a offrire servizi bancari senza essere soggetti alla regolamentazione del comparto. La ragione è evidente. Una normativa più severa metterebbe le banche in una posizione di vantaggio. Ma come mai questo cambio di strategia?

È chiaro che le banche, per motivi legati alla stabilità finanziaria, ritengono irreversibile il rafforzamento patrimoniale e dei modelli di controllo iniziato dalla crisi del 2008. Ma non è tutto. La lobby bancaria può contare su una mutata percezione che si è consolidata negli ultimi mesi. Durante la pandemia, infatti, molti istituti hanno garantito prestiti a basso costo, permettendo di gestire al meglio i danni. Inutile dire che i big tech sono contrari a questa soluzione: la richiesta delle banche sarebbe solo un modo per coprire l’incapacità di sostenere l’innovazione tecnologica. La stretta regolatoria, quindi, danneggerebbe i risparmiatori che grazie all’abbattimento delle barriere d’ingresso hanno potuto beneficiare di servizi finanziari a basso costo.

E l’Europa? Da tempo le banche chiedono a Bruxelles di rimettere mano alla direttiva Psd2 per parificare i propri obblighi e quelli dei giganti del web in materia di accesso ai dati. L’open banking ha consentito a fintech e big tech di estrarre dai conti correnti dati utili, mentre agli istituti tradizionali non è permesso consultare le informazioni custodite nei cloud delle piattaforme online. Il cambio delle norme sull’open banking allo studio della Commissione Ue dovrebbe assicurare la reciprocità. Una revisione che rischia di essere superata da quello che accade negli Usa. In ogni caso lo scontro sarà duro e trovare un compromesso intelligente non sarà assolutamente semplice.

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