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La Grecia torna a vendere bond ma i sacrifici non sono finiti

Milano – Salva. Anzi, forse no. La Grecia – a cinque anni dall’inizio della crisi che ha bruciato il 25% del Pil del paese – ha vissuto ieri una delle sue giornate più schizofreniche. Il governo di Antonis Samaras (alla vigilia della visita ad Atene di Angela Merkel) ha annunciato il ritorno del paese dopo quattro anni sul mercato dei titoli di Stato a medio termine. «È un passo importante della strada che ci sta portando fuori dalla crisi », ha detto il portavoce dell’esecutivo. Le banche venderanno forse già oggi 2,5 miliardi di bond a cinque anni. E le Cassandre prevedono per i titoli un tasso inferiore al 6% contro il 44% di rendimento pagato dai decennali nel 2012 nel pieno della bufera.
Tutto bene dunque? Non proprio. Nelle stesse ore la capitale è stata bloccato da uno sciopero generale contro la politica lacrime e sangue della Troika che ha spinto la disoccupazione fino al 28%, ha bruciato il 30% del potere d’acquisto dei greci e ha spinto sotto la soglia di povertà (dati Unicef) un terzo dei bambini. L’austerity imposta da Ue, Bce e Fmi in cambio di 240 miliardi di prestiti, in effetti, ha dato un risultato a due facce. La Grecia, contabilmente parlando, è uscita dalla crisi senza uscire dall’euro e il bilancio 2013 si è chiuso con un avanzo primario (al netto degli interessi) di quasi 1,3 miliardi. Il problema è che il risanamento finanziario è stato raggiunto a scapito della tenuta sociale. Il 60% dei giovani è senza un impiego, i consumi sono crollati di un altro 4% a gennaio e la sofferenza di un ceto medio ormai quasi cancellato è moltiplicata dal taglio del 26% al welfare imposto dalla Troika negli ultimi anni.
Certo, qualche timido segnale di ripresa si inizia a intravedere anche nell’economia reale: le vendite d’auto sono balzate del 33% a febbraio, la produzione industriale sta salendo per il terzo mese di fila, il turismo è in crescita. E la corsa ai rendimenti alti rende oggi appetitoso anche un bond greco al 6%. L’operazione però – dice il tam tam ellenico –non è altro che una mossa di marketing di Samaras dopo che nei giorni scorsi il suo braccio destro Panyotis Baltakos è stato costretto alle dimissioni in seguito all’uscita di un video in cui confidava a un deputato di Alba Dorata che gli arresti dei vertici del partito nazional-socialista erano stati chiesti per motivi politici da Samaras. Si vedrà se il premier otterrà un ritorno nelle urne europee. La certezza è una. Malgrado gli aiuti, il debito ellenico è ancora al 175% del pil. E a voto chiuso – bond o non bond – Ue, Fmi e Bce potrebbero essere costrette a fare un altro sconto sul debito greco per chiudere davvero e definitivamente la crisi di Atene.
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