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La grande zavorra restano i titoli di Stato

Sarà più duro del previsto il 2014 delle banche europee. Anno della verità. Duro per gli istituti, almeno per i 130 maggiori dell’Eurozona che dovranno superare l’esame sul loro stato di salute finanziaria. Duro per la Bce che dovrà condurlo, nel suo nuovo ruolo di supervisore del sistema bancario dell’area euro. Il presidente della Bce Mario Draghi ha più volte segnalato che il check up (sarà condotto entro l’autunno prossimo) è programmato per essere estremamente rigoroso e credibile, in modo da fornire al mercato e agli investitori un quadro trasparente sullo stato di ogni singola banca.
Si tratterà di un’analisi sulla qualità delle attività degli istituti e di uno stress test per verificare in quale situazione si troverebbero in caso di choc esterno significativo. Ora si viene a sapere che la Bce penalizzerà le banche che hanno in cassaforte molti titoli di Stato di qualità non massima, allo scopo di spingerle a dirottare denaro all’economia reale invece che tenerlo parcheggiato in bond sovrani.
Il nodo dei rischi
La settimana scorsa, Peter Praet, membro del direttorio della banca centrale, ha detto che durante l’operazione di controllo dei bilanci — denominata Asset quality review — e durante lo stress test i titoli pubblici in possesso degli istituti di credito non saranno tutti considerati a rischio zero ma valutati «sulla base del rischio che pongono al capitale delle banche». Saranno cioè trattati come sono trattati gli altri prestiti (anche se, si suppone, con gradazioni diverse). Quindi, avendo essi un rischio, sarà necessario che la banca che li possiede aumenti il proprio capitale in modo da coprirlo, come già deve fare per i prestiti ai privati.
Non si tratta di sadismo. L’obiettivo è fare in modo che le banche non siano più incentivate a tenere denaro investito in titoli pubblici invece che prestarlo alle imprese e alle famiglie. Praet ha anche fatto capire che, se ce ne sarà bisogno e se il nuovo sistema di calcolo funzionerà come vuole la Bce, la banca centrale potrebbe procedere a immettere nuova liquidità nel sistema, cioè a rifinanziare le banche con prestiti a tasso basso in modo che più denaro arrivi all’economia reale.
La decisione di Francoforte è in buona parte legata al rischio che il check up dei 130 istituti — momento di partenza della nuova Unione bancaria europea — congeli la loro attività per tutto l’anno prossimo, il tempo il cui l’esercizio durerà. Ogni rischio preso nel prestare denaro, infatti, la banca lo deve controbilanciare con una quota di capitale: per questo sarebbe tentata di non prestare all’economia, dove un rischio c’è, ma di investire in titoli pubblici se fossero considerati dalla Bce a rischio zero.
L’operazione, in altre parole, sarà delicatissima. E probabilmente fonte di polemiche e di scontri. Se le reazioni dei giorni scorsi al rating assegnato da Standard&Poor’s alle Assicurazioni Generali racconta qualcosa, c’è da aspettarsi qualcosa di anche più virulento quando sarà la Bce a condurre la sua analisi usando, tra gli altri, un criterio simile a quello usato dall’agenzia di rating, cioè la valutazione non necessariamente a rischio zero dei titoli di Stato. Operazione delicata, dunque. Tanto quanto impor-tante.
È infatti la prima volta che il sistema bancario europeo verrà sottoposto a un controllo che si preannuncia così rigoroso e duro: i check up condotti negli anni scorsi dall’Eba, l’authority bancaria europea, furono depotenziati e tra le maglie dei test condotti allora passarono indenni istituti che poi ebbero bisogno di salvataggi pubblici. La differenza, ora, è che l’Eurozona ha deciso di procedere all’Unione bancaria — un passo storico — e, come suo punto di partenza, lo stato di salute del sistema deve essere chiaro e indiscutibile. Per questo, il ruolo di supervisore è stato affidato alla Bce. La quale in questi giorni sta costituendo lo staff.
Attenzioni francesi
La funzione di controllo sarà guidata da Danièle Nouy, finora segretaria generale dell’autorità bancaria francese: la settimana scorsa la sua nomina è stata approvata dal Parlamento europeo, ora dovrà essere ratificata dai governi nazionali. Nel frattempo, a Francoforte si stanno assumendo gli 800 membri che dovranno operativamente fare funzionare la supervisione. Alle 130 banche è già stato recapitato un questionario piuttosto dettagliato — e «per niente banale», dice un banchiere che l’ha ricevuto —; poi, i funzionari della Bce condurranno direttamente i controlli e gli stress test. L’obiettivo dichiarato da Draghi è riportare fiducia, attraverso la trasparenza, nel sistema bancario.
Di certo, non tutti gli istituti supereranno l’esame. Le banche che saranno trovate in possesso di un capitale non adeguato a coprire i rischi della loro attività e di eventuali choc esterni saranno costrette a correre ai ripari: aumenti di capitale, pena essere costrette a fondersi con altre banche o addirittura a chiudere. Molti istituti si sono già rafforzati nel patrimonio e il prossimo autunno, a fine controllo, risulteranno probabilmente in regola. Altri no. Le stime complessive sul denaro che le banche non in regola dovranno procurarsi vanno dai 40 miliardi di euro (calcolo di Morgan Stanley) ai 75 (calcolo di Goldman Sachs): ma questo prima che Praet introducesse l’idea delle nuove regole sulla ponderazione dei titoli pubblici; ora potrebbero essere di più.
Il problema è che quando si parla di banche le sensibilità politiche sono fortissime. In tutta Europa: e sarà così anche in Italia, forse di più. Si annuncia un 2014 di fuoco. Con un finale ad alta tensione, quando una nuova autorità — in discussione in questi giorni a Bruxelles — dovrà decidere, sulla base di quello che scoprirà la Bce, chi potrà stare sul mercato e chi, eventualmente, dovrà chiudere.

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