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La Gran Bretagna lascia l’Europa

l Regno Unito ha deciso di uscire dall’Europa. All’alba, dopo una notte nella quale gli ultimi sondaggi sono stati ribaltati, il «Leave» ha superato il «Remain» di circa un milione di voti. Quando mancavano all’appello poche sezioni, i cittadini britannici che avevano scelto di abbandonare l’Unione europea arrivavano al 52 per cento. Esulta il leader degli euroscettici, Nigel Farage, che chiede le dimissioni del premier Cameron. Intanto, i mercati crollano e la sterlina è ai minimi da trent’anni. Le istituzioni, dalla commissione di Bruxelles alla Banca centrale europea, preparano le contromosse per arginare gli effetti di Brexit sull’economia.

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

LONDRA Terremoto Brexit. E David Cameron traballa. Nel giorno storico del referendum sull’Europa i numeri virtuali dei sondaggi si incrociano con i numeri reali che affluiscono nella notte e all’alba. Il Regno Unito sceglie lo strappo.

Alle 23 italiane un opinion poll emette un verdetto provvisorio: 52% per il sì all’Europa, 48 per il no. Lo spoglio delle schede gela invece l’euforia iniziale. In Inghilterra, esclusa Londra, il no è davanti (60 a 40), una valanga specie nelle aree del laburismo (il Nord-Est). In Scozia la situazione è rovesciata (63 per il sì e 37 per il no). Il Nord Irlanda è per il sì mentre il Galles è in bilico con prevalenza del «leave». E a Londra l’Europa si consolida (vicina al 70%). Il dato generale suggerisce una continua altalena di risultati con una previsione finale per la Brexit (confermata dalla Bbc). E una considerazione: il Regno Unito è spaccato e si sbriciola.

La posta è pesante, le ricadute globali. Speranze e paure si rincorrono schizofrenicamente sotto gli intervallati diluvi di pioggia che instillano preoccupazione a chi immagina la diserzione dalle urne e un conseguente vantaggio per i tifosi dell’«Independence Day», l’indipendenza dall’Europa, come urlano ai seggi i loro arrembanti capifila, Boris Johnson, l’ex sindaco londinese che pensa di defenestrare David Cameron, e Nigel Farage che fa proseliti a destra e sinistra.

In momenti del genere, con l’ottimismo e il pessimismo che si alternano, i mercati offrono con il passare delle ore indizi da prendere però con le pinze. La sterlina si rivaluta, poi va in picchiata. La Borsa corre in positivo e guadagna l’1,2%, la migliore seduta degli ultimi due mesi. Lo spoglio spegne le fiammate. Si sa che le istituzioni finanziarie sono preparate alle montagne russe. Che i listini procedano discretamente durante il giorno può essere il segnale che gli gnomi delle banche e dei fondi abbiano indicazioni incoraggianti per l’Europa. Ma sono solo suggestioni. Nell’attesa che si scateni la bufera.

Ogni spiffero di questo 23 giugno che tiene l’Europa e il mondo, i governi e il Regno Unito, in altalena può spostare gli equilibri. Apre le danze l’ Evening Standard che nel pomeriggio sentenzia: 52 a 48 per l’Europa, come più tardi il sondaggio di YouGov. Mentre i bookmaker incassano puntate per il «remain».

«Un voto per il futuro dei nostri figli». E’ l’ultimo l’appello europeista di Cameron. «Un voto per la nostra indipendenza» è il mantra di Boris Johnson. I due capifila del «remain» e del «leave» se le suonano senza tregua. C’è una maggioranza silenziosa che va conquistata. E’ la maggioranza silenziosa degli indecisi e dei fluttuanti. Gli euroscettici contano su un esercito di arrabbiati che dal nord-est laburista scende fino al Kent tory. Gli europeisti hanno la riserva della Scozia, Londra, Liverpool e Manchester. La tradizione insegna che, alla fine, la «terra di mezzo» dei britannici privi di convinzioni consolidate propende per i voti conservativi. Il pragmatismo di chi dice: scelgo il meno peggio. Ma oggi il vento sembra girare contro il passato.

Cameron si mette in marcia di prima mattina per andare a stanare chi è davanti al pallottoliere del sì o del no. Conosce bene le oscillazioni emotive di un elettorato medio che di cuore si sente lontano dall’Europa ma che poi imbuca la scheda con la testa. E’ un elettorato che deve essere lavorato fino all’ultimo. E poi ci sono da spingere i giovani che non sognano di stare in un Regno Unito ammalato di nostalgie isolazioniste. L’affluenza è alta, attorno al 70 per cento. Sforzi che svaniscono.

Il referendum segna un solco nel Regno Unito. Ha spaccato i conservatori e ha spaccato i laburisti. Ha dato fiato all’estremismo nazionalista. Ha diviso la Scozia e l’Irlanda del Nord (europeiste) dall’Inghilterra (Brexit). Cameron pensava di uscirne con una facile vittoria. Ne esce lui a pezzi. Leggerezza imperdonabile. Sotto la cenere covano scontri fra i tory e scontri fra i laburisti. E sia la questione scozzese sia la questione nordirlandese torneranno a ruggire. Chi ricomporrà i cocci?

Fabio Cavalera

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