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La giustizia riapre il caso del Banco Popular

Tra i fascicoli che di qui a fine settembre finiranno sul tavolo dell’Audiencia nacional, il giudice del contenzioso amministrativo spagnolo, ce n’è uno che ticchetta come un ordigno: la sospensione del procedimento di risoluzione del Banco Popular. Che da tre mesi è finito al Santander per un euro, che a sua volta ha raccolto 7 miliardi di capitale sul mercato per sanare una banca che nei primi sei mesi dell’anno ha perso 12,2 miliardi e subìto un’emorragia da 16 miliardi di depositi.
A luglio l’Audiencia Nacional ha già respinto un ricorso analogo, ma al contempo ha aperto un altro fascicolo e nei prossimi giorni tornerà a riunirsi per esaminare la questione: improbabile, ma non impossibile secondo quanto trapela, che congeli l’operazione. Creando uno scenario di grandissima incertezza, visto che in questi tre mesi l’integrazione – sul modello di quella effettuata da Intesa sulle ex popolari venete in Italia – è proceduta a gran velocità.
Ma comunque vada a finire il procedimento amministrativo, si tratta solo del primo passo di quella che si preannuncia come una lunga vivisezione di quanto accaduto a partire dalla fine di maggio e poi nella notte tra il 6 e il 7 giugno, che ha visto il Frob, l’Autorità di risoluzione spagnola e il Single resolution board prendere atto del “rischio fallimento” dichiarato dalla Bce e quindi optare per la cessione previo burden sharing (azzeramento azionisti e obbligazionisti) a una banca sana, cioè il Santander. In pratica, il primo caso di applicazione nuda e cruda della direttiva Brrd, quella che ha introdotto il bail in sarà vagliato passo dopo passo, come alla moviola, prima dai giudici amministrativi spagnoli, poi da quelli civili a cui si sono rivolti migliaia di azionisti infine da quelli europei.
Ed è alla Corte generale dell’Unione europea, la sezione della Corte di giustizia deputata a esaminare le cause contro atti delle istituzioni europee, che si terrà la battaglia legale più serrata, e che per molti aspetti ricorda quella che nel 2013 aveva visto i giudici del Lussemburgo avallare la scelta delle autorità nazionali slovene di imporre perdite agli investitori nell’ambito di una operazione di salvataggio; da allora il dibattito tra Stati e singole istituzioni comunitarie sul bail in si è infiammato, dunque sono in molti – e non solo i diretti a interessati – ad attendere i responsi della Corte generale. Qui giacciono decine di cause sul Banco Popular: 51 a fine agosto, tra azionisti e obbligazionisti. Tra questi ultimi, un agguerrito drappello di fondi – gli americani di Pimco, Algebris di Davide Serra, Anchorage, Ronit Capital, Cairn – ha impugnato la decisione del Frob, analogamente a quanto effettuato in Spagna. Motivo? «La risoluzione manca della necessaria giustificazione, che rende impossibile per gli azionisti e gli obbligazionisti valutare le ragioni, le basi legali dietro di essa», spiega Richard East, dello studio Quinn Emmanuel, legale dei fondi che hanno perso 850 milioni investiti nei bond subordinati, su un totale di 4,2 miliardi bruciati. In pratica, più che chiedere giustizia, gli investitori chiedono chiarezza. Sulla situazione della banca (che ancora a inizio maggio dichiarava di avere un patrimonio netto superiore ai 10,7 miliardi), sulle voci di inizio giugno sempre più ricorrenti di un’imminente risoluzione che hanno fatto crollare il titolo e scappare i depositi, sui numeri che stavano alla base della dichiarazione di “rischio fallimento” firmata dalla Bce il 6 giugno. «Non è possibile che una banca considerata solvibile fino alla sera prima, la mattina dopo venga ceduta per un euro», dice l’avvocato Juan Ignacio Navas, tra i firmatari di una delle tante richieste di sospensiva della risoluzione.
Accanto agli aspetti finanziari, e ora giuridici, ci sono anche quelli politici. E ancora una volta più che a discutere del “se” ci si sofferma sul “come”: il ministro dell’Economia Luis de Guindos ancora l’altroieri si è detto «sorpreso» dal numero delle cause legali, ma al tempo stesso si è dichiarato favorevole a rendere pubblico un documento di Deloitte che ancora pochi giorni prima della svendita a un euro delineava tre possibili scenari. Di cui solo uno era rappresentato dalla risoluzione.

Marco Ferrando

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