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La giustizia lumaca costa 340 milioni di euro

Nel sistema «Giustizia» italiano, un processo è concluso in termini ragionevoli se il primo grado è definito in tre anni, il secondo grado in due anni e il giudizio di legittimità in un anno. Se gli uffici giudiziari non riescono a rispettare questi tempi, alla parte coinvolta nel processo (non importa se ha vinto o perso la causa e non importa se si sia costituita o sia rimasta contumace) spetta una indennizzo che eroga lo Stato, pari ad una somma compresa tra 500 e 1.500 euro per ciascun anno che eccede il termine di ragionevole durata del processo (art. 2-bis, l. 89/2001). La somma dei debiti accumulati dallo Stato, per il danno arrecato agli utenti del Servizio Pubblico di Giustizia, in virtù di processi di durata non ragionevole, è stata, nel 2013, di circa 340 milioni di euro (nota Ministero della Giustizia dell’11 luglio 2013). Con l’anno 2013, per la priva volta, la Legge di bilancio ha stabilito a favore della Giustizia una assegnazione di fondi sul capitolo 1264, di 50 milioni di euro, in quantità, dunque, ancora del tutto insufficiente rispetto all’entità del debito. Al contempo, il Legislatore ha riformato il sistema di liquidazione degli indennizzi (con la legge 7 agosto 2012 n. 134) in quanto anche i processi instaurati per ottenere l’indennizzo ex lege 89/2001, sovente sforavano il termine di ragionevole durata (e, quindi, nasceva il diritto ad una nuova e ulteriore indennità). In una impalcatura processuale che registra, anno per anno, l’aumento esponenziale del debito pubblico per le lentezze dei giudizi civili, l’esigenza di ridurre il carico giudiziario diventa un interesse pubblico e dell’intera collettiva: quel debito di 340 milioni nel 2013, infatti, è un debito di tutti.

Si comprende, allora, l’importanza degli strumenti deflativi del contenzioso civile che, abbattendo il numero dei procedimenti in ingresso, aumenta i tempi di definizione di quelli pendenti. In quest’ambito, spicca certamente il procedimento di mediazione civile, introdotto dal dlgs 28/2010, poiché, oltre a ridurre il contenzioso, offre ai litiganti una eccellente tutela rimediale per il conflitto insorto. La mediazione non si limita a chiudere il processo ma risolve la conflittualità tra le parti, offrendo loro una strada risolutiva magari ignorata, per il carico emotivo che fa concentrare sulle sole posizioni e dimenticare l’interesse effettivo. La mediazione civile può certamente trovare origine da una scelta dei litiganti e ciò prima del processo; può, però, anche nascere dopo che il processo è stato instaurato, sulla base di una valutazione del giudice, arbitro del conflitto. Si tratta della mediazione c.d. ex officio introdotta dalla legge n. 98/13: il magistrato assegnatario del processo, visionati gli atti, sentite le parti, valutato l’oggetto del giudizio, «dispone l’esperimento del procedimento di mediazione». In questo caso, la mediazione diventa condizione di procedibilità della domanda. Che si tratti di una mediazione decisa dal giudicante, si ricava anche dall’art. 17 (dlgs 28/10), in cui la norma discorre di mediazione «prescritta dal giudice ai sensi dell’articolo 5, comma 2». In concreto, il giudice, entrato in contatto con il processo e con le parti, svolge egli stesso la valutazione di «mediabilità» del conflitto e, pervenendo ad una prognosi favorevole quanto alle chances della mediazione, dispone procedersi al tentativo di risoluzione del conflitto in modo pacifico e amichevole.

La recentissima ordinanza del Tribunale di Firenze specifica, anche, che, nel caso in cui il giudice disponga la mediazione, la condizione di procedibilità non è soddisfatta quando i difensori si recano dal mediatore e, ricevuti i suoi chiarimenti su funzione e modalità della mediazione, dichiarano il rifiuto di procedere oltre. In caso di mediazione ex officio, è necessario che le parti compaiano personalmente (assistite dai propri difensori come previsto dall’art. 8 dlgs n. 28/2010) e che la mediazione sia effettivamente avviata (Trib. Firenze, sez. II civ., 19 marzo 2014).

La mediazione può certamente essere inclusa nel novero dei sistemi omeostatici del processo civile: la Giustizia civile, per funzionare in modo efficace ed efficiente, abbisogna dei meccanismi alternativi di risoluzione delle liti. Avrebbe anche bisogno di una maggiore «cultura della giurisdizione»: è diffusa in questi giorni, la notizia di una causa in cui, il Tribunale di Milano, a chiusura del processo, ha condannato, per responsabilità processuale aggravata, entrambe le parti (attore e convenuto). Si registra una scarsa considerazione della limitatezza delle risorse del sistema pubblico di Giustizia e, soprattutto, non si comprende affatto che – parafrasando E. Morgan Forster – «quasi tutti conflitti sembrano inevitabili al momento; futili – però col senno di poi». Andare in mediazione, almeno a questo, può servire: mette davanti agli occhi che, ciò per cui le parti litigherebbero per anni, può essere risolto in una manciata di minuti: con una firma, un sorriso e un gesto di Civiltà.

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