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La giustizia castiga chi perde tempo

di Andrea Maria Candidi

Tagli sui costi e processi più veloci. Insieme alla nuova cartina degli uffici giudiziari che dovrebbe permettere di risparmiare più o meno 60 milioni di euro l'anno, la manovra di ferragosto porta anche soluzioni per l'altra magagna della giustizia italiana, l'eccessiva lunghezza dei processi.

Alla delega per ridisegnare la geografia giudiziaria, che passa per l'azzeramento degli uffici di dimensioni più piccole, e che richiede tempi lunghi di realizzazione, il maxiemendamento ha affiancato infatti una serie di altre piccole misure, che hanno invece un impatto immediato, il cui obiettivo è rendere più celeri i processi.

Due le direttrici lungo cui si dipana questa seconda tranche di interventi: da un lato il potenziamento della mediazione quale canale privilegiato per chiudere le liti e deflazionare il contenzioso; dall'altro il consolidamento del calendario del processo quale strumento organizzativo destinato ad accorciare i tempi, anche di quei procedimenti che la mediazione non è riuscita a esaurire. Si tratta di due passaggi chiave, due snodi essenziali della nuova impostazione data al processo civile, e non solo, a partire dalla riforma dell'estate del 2009.

Come spesso è accaduto nel corso di questa legislatura, la strategia non è stata quella di individuare solo ed esclusivamente misure processuali, interventi sul Codice di procedura civile, per togliere qui un adempimento e accorciare di là un termine.

La strada ormai preferita, spesso la sola percorsa, è infatti quella di colpire gli atteggiamenti ostruzionistici. E con conseguenze diverse, sul piano delle penalizzazioni, secondo il ruolo assunto nella partita: giudice, difensore, consulente tecnico o parte in causa. E così, se a quest'ultima non è possibile chiedere altro se non di mettere mano al portafogli, ai primi si fa il solletico con la minaccia delle sanzioni disciplinari.

Quanto alla mediazione, non più di qualche settimana fa sono entrate in vigore alcune norme, di rango regolamentare, che hanno risolto alcuni intoppi del meccanismo. Consapevoli che è quantomeno irrazionale far pagare dazio pieno nei casi in cui non è possibile neanche sedersi intorno a un tavolo perché la controparte non si presenta, si è allora deciso di ridurre al minimo i costi in queste ipotesi. Oggi, la manovra di Ferragosto torna ancora su quelle norme e dice che il giudice, nell'eventuale giudizio ordinario in controversie per cui la mediazione è obbligatoria, deve condannare la parte che non abbia partecipato alla stessa mediazione a pagare il contributo unificato dovuto per quel tipo di giudizio. Evidentemente, anche qualora dovesse vincere la causa.

Sull'altro versante, ci sono novità anche per chi veste la casacca del giudice, dell'avvocato o del consulente tecnico. Infatti, se uno di questi soggetti non dovesse rispettare i termini fissati dal calendario del processo – una sorta di cronoprogramma predisposto dal giudice – può essere sottoposto a procedimento disciplinare.

Ora, la differenza tra i due trattamenti è più che evidente: al contributo unificato corrisponde una somma in denaro certa e immediatamente quantificabile (tra 37 e 1.466 euro, ad esempio, per un procedimento civile ordinario); quello disciplinare è invece un procedimento lungo e farraginoso, che, secondo le statistiche, porta pochissime volte alla condanna. Ma non solo. Nel caso della mediazione, il giudice «deve» condannare chi non vi abbia partecipato senza un giustificato motivo; nel caso del calendario del processo, chi non lo abbia rispettato «può» essere assoggettato a sanzione disciplinare.
 

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