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La Germania volta pagina e chiude l’era dell’austerità l’Europa in crisi la contagia

LA PROCESSIONE dei capi di governo che, da Hollande a Letta, da Rajoy a Socrates, arrivano nel palazzo di vetro della Cancelleria per snocciolare le cifre della disoccupazione a casa loro, spiegare le terribili pressioni politiche a cui sono sottoposti in Parlamento e chiedere di dare la priorità alla crescita non è passata invano. Né è rimasto inascoltato l’ammonimento di Mario Draghi, che da tempo si affanna a ripetere come la politica monetaria, da sola, non possa innescare la crescita economica.
Così, sia pure con la metodica lentezza che è propria del processo decisionale tedesco, anche i vertici di Berlino si sono resi conto che il più grave deficit di cui l’Europa si deve preoccupare non è quello dei conti pubblici, ma quello della competitività. E che dunque la priorità massima, oggi, non deve essere data ai bilanci, quanto alla capacità di varare quelle riforme strutturali che sole possono restituire ai Paesi europei la facoltà di produrre ricchezza e di competere sui mercati internazionali creando così nuovi posti di lavoro.
Per comprendere come mai questo spostamento di accento da parte della Germania arrivi tanto in ritardo, occorre capire che in realtà, nella logica tedesca della governance, il consolidamento dei conti pubblici e il varo di riforme strutturali vanno di pari passo. Se costringiamo i governi europei ad aggiustare i conti pubblici, si erano detti a Berlino, se impediamo loro di finanziare una falsa crescita facendo nuovi debiti, saranno costretti a razionalizzare i loro sistemi Paesi, a tagliare le spese inutili e dunque a migliorare la propria competitività. Questo, almeno, è quello che era accaduto in Germania durante le ultime due crisi economiche, alla fine dagli anni Novanta e alla fine del decennio scorso. Ma, cinque anni dopo l’inizio della «cura Merkel», i minuziosi rapporti che dalle ambasciate tedesche affluiscono alla Cancelleria, dimostrano che questo non è accaduto. E che molti governi europei, ostaggio delle potenti corporazioni nazionali, hanno preferito alzare le tasse, non pagare i fornitori e perdere posti di lavoro piuttosto che tagliare le spese e andare a colpire interessi costituiti che controllano le chiavi del successo elettorale.
Insomma, se la medicina tedesca non ha funzionato in Europa, si pensa a Berlino, la colpa non è tanto del medico che l’ha prescritta, ma degli infermieri che l’hanno somministrata male. Tuttavia questo cambiamento di accento sta comportando conseguenze molto rilevanti. Quello che ora importa veramente agli occhi del governo tedesco e della Cancelleria non è lo scarto di qualche decimale di punto nei conti pubblici o il ferreo mantenimento delle scadenze nella tabella di marcia dei risanamenti, ma la capacità di varare riforme che restituiscano ai Paesi la competitività perduta e li rimettano in condizione di creare ricchezza. Anche perché la Germania si sta rendendo conto che non potrà continuare a lungo ad essere un’isola felice nel mare della tragedia europea: se l’Europa indietreggia, anche l’economia tedesca, come dimostrano le cifre più recenti, finisce per rallentare e per spegnersi.
I primi risultati di questa minirivoluzione copernicana del pensiero politico di Berlino si sono già concretizzati. La Spagna e la Francia si sono viste accordare due anni di tempo supplementari per raddrizzare i conti pubblici. L’Italia ha potuto sbloccare i pagamenti arretrati della Pubblica amministrazione senza che il governo tedesco battesse ciglio e anzi ricevendo incoraggiamenti a procedere su quella strada. Il Portogallo, considerato con l’Irlanda l’allievo modello delle politiche di austerità, potrebbe vedersi concedere nuovi aiuti. Perfino la Grecia trova comprensione quando lamenta che l’altissima aliquota Iva a cui è stata obbligata la pone in condizioni di non poter competere con la vicina Turchia. Berlino, infine, sembra determinata a muoversi concretamente sul fronte della lotta alla disoccupazione giovanile sia con uno stanziamento di sei miliardi di fondi europei, sia organizzando una conferenza interministeriale in Germania per studiare come utilizzare al meglio i finanziamenti.
Naturalmente questa virata di bordo non significa che il governo tedesco abbia abbandonato la via del rigore e sposato una politica di deficit spending. La parola d’ordine rimane quella che non si può fare debito per comprare tempo e rimandare le riforme, come ha fatto per esempio l’Italia di Berlusconi. Ma la relativa calma dei mercati finanziari, che hanno allentato la pressione sugli spread, induce anche i vertici di Berlino ad una visione più serena del problema. Ed oggi le tabelle che gli alti responsabili tedeschi sottopongono ai giornalisti nei palazzi berlinesi non sono più quelle della Commissione sui deficit pubblici, ma quelle della Banca centrale europea sul gap di competitività. Il risultato però non cambia di molto: se si confrontano la curva dei salari e quella della produttività, solo la Germania e l’Austria presentano un andamento più o meno omogeneo dei due valori, mentre gli altri Paesi registrano un divario crescente che misura il deficit di competitività che resta da colmare. Come costringerli a farlo, resta però un problema di cui finora nessuno ha trovato la soluzione.

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