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«La Germania frena? Viviamo di export Economia ferma, soffriamo anche noi»

«In Germania abbiamo un proverbio: tra ciechi, chi ha un occhio solo è re», sostiene Michael Mertin per descrivere come vede oggi il suo Paese. In un’eurozona ferma e incapace di fare riforme strutturali necessarie per attirare investimenti, Berlino primeggia, ma non sta poi tanto meglio degli alleati europei, agli occhi dei suoi manager e imprenditori. Come Mertin, 48 anni, laurea in Fisica e PhD in tecnologie laser all’Istituto Fraunhofer, presidente e ceo di Jenoptik, il gruppo multinazionale di ottica ed elettronica originato da una scissione della Carl Zeiss e quotato in Borsa a Francoforte. Sede a Jena, e fabbriche in Svizzera, Francia, Spagna, Stati Uniti e Cina, oltre che in Germania, Jenoptik impiega 4.300 dipendenti e fattura 600 milioni, due terzi all’estero.
Gli ultimi dati sullo stato di salute dell’economia tedesca danno ragione a Mertin. L’export tedesco è crollato del 5,8% ad agosto su luglio, il dato peggiore dal gennaio 2009, al picco della crisi finanziaria, e l’import è sceso dell’1,3%. E consola poco che il surplus tedesco da 23,5 miliardi sia sceso fino a 14,1 miliardi, riducendo uno squilibrio che aveva messo Berlino nel mirino della Commissione Ue. La flessione dell’export, finora motore della crescita, è l’ennesimo indicatore negativo sulla frenata della locomotiva tedesca, dopo la caduta degli ordini all’industria (-5,7%) e della produzione (-4%) sempre ad agosto. E, dopo la contrazione dello 0,2% del Pil nel secondo trimestre, in molti temono che Berlino possa finire in recessione tecnica.
«Il calo delle esportazioni? Sono state condizionate prima di tutto un fattore statistico: le vacanze estive quest’anno si sono concentrate ad agosto invece che essere spalmate su due mesi. Inoltre — spiega Mertin — ha influito la crisi ucraina e l’embargo contro la Russia, che ha bloccato le vendite di beni tedeschi verso Mosca e i suoi satelliti non solo nel settore automotive, ma in molte altre industrie. Ha poi giocato un ruolo la debolezza delle economie emergenti, che hanno diminuito gli investimenti in macchinari tedeschi in seguito a una riduzione dei prezzi nelle materie prime, come il carbone». Però esistono altre ragioni, con origine nella politica tedesca. «La frenata delle imprese tedesche è legata anche alle nuove leggi sociali varate dal governo di Berlino, come il salario minimo e il taglio dell’età pensionabile, scesa da 65 a 63 anni, mentre in un Paese che invecchia come il nostro si dovrebbe alzare a 70 anni. Tutto questo rende più cupe le prospettive economiche e spinge le aziende tedesche ad assumere meno», valuta Mertin. E cita un dato: «Il debito pubblico netto tedesco è l’80% del Pil, ma se si considera quello totale, includendo le pensioni, gli stipendi dei dipendenti pubblici e altre passività future del governo, ecco che sale al 285 % del Pil».
Del peggioramento prendono atto i 4 maggiori istituti di economia in Germania, Ifo, Diw, Rwi e Iwh, che nel loro rapporto autunnale pubblicato ieri hanno corretto al ribasso le previsioni di crescita: il Pil tedesco quest’anno dovrebbe aumentare dell’1,3% e nel 2015 dell’1,2%, contro le più robuste stime di aprile, rispettivamente di +1,9% e + 2%. Meno di quanto prevede il Fmi (1,4% quest’anno). Mertin però è ancora più pessimista: «La crescita resterà sotto l’1% nel 2014», dice. È davvero «la fine del miracolo tedesco?», come titolava il sito online della Süddeutsche Zeitung e la Germania corre «il rischio di recessione», come azzardava la Faz ? Di sicuro i dati negativi hanno suonato un campanello d’allarme per Angela Merkel, che ha parlato di «congiuntura un po’ offuscata» e ha promesso «grande decisione» per aumentare gli investimenti privati con la sburocratizzazione, il settore digitale e l’ammodernamento delle infrastrutture energetiche. «La più alta priorità sono gli investimenti», le ha fatto eco da Washington il ministro Wolfgang Schäuble. Ma «senza nuovi debiti». Tedeschi inflessibili e ostinati? Mertin condivide: «Gli investimenti pubblici non servono. E la politica monetaria della Bce ha senso. In Germania le imprese possono finanziarsi con tassi inferiori al 2%, non lo fanno. In Europa c’è tantissima liquidità, ma senza vere riforme strutturali non ci sono le condizioni per investire». E una nuova fabbrica Mertin l’aprirebbe «negli Usa o in Cina».
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