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La Germania è in affanno pronti i piani di Berlino per rilanciare la locomotiva

Ufficialmente, davanti ai loro elettori e alla loro opinione pubblica, i leader tedeschi, i vertici della Bundesbank e gli economisti ortodossi in maggioranza nella prima potenza europea possono anche storcere il naso o mugugnare. O esprimere riserve. Ma sotto sotto, e anzi pian piano sempre più alla luce del sole, la realtà a Berlino sta diventando un’altra. Anche la Repubblica federale spera che le scelte di Mario Draghi la aiutino. Per la prima volta dall’inizio dell’eurocrisi, la nazione guidata da Angela Merkel insieme ai socialdemocratici della Spd condivide in parte speranze timori e auspici dell’Europa mediterranea impoverita, in recessione, flagellata dalla disoccupazione di massa. Attenti, intendiamoci subito: la realtà quotidiana qui da loro e laggiù da noi sono, restano due mondi. Qui le famiglie non temono di dover ospitare figli disoccupati quarantenni e oltre, qui i ‘padroncini’ non passano notti insonni tremando per il rischio di chiudere. Però il rallentamento dell’attività economica, della crescita, dei consumi, e il peggioramento di clima e umore di investitori e mercati, non è mai stato così evidente come in queste settimane che hanno preceduto la fatidica riunione di giovedì scorso del vertice della Eurotower. La forte, efficiente, competitiva Germania per la prima volta non si sente più invulnerabile, non pensa più di essere vaccinata e immune rispetto ai problemi del resto dell’Unione. E allora a modo

suo, con la lentezza cauta d’una corazzata, o d’una enorme nave portacontainer che naviga a passo d’uomo nello stretto canale di Panama, la Bundesrepublik comincia a pensare almeno se non deve rifare un po’ i conti e ripensare le strategie. L’ultimo segnale è venuto proprio giovedì mattina, da uno scoop dell’autorevole settimanale di Amburgo Die Zeit, uscito in edicola e distribuito agli abbonati in tutto il paese poche ore prima che Draghi e i suoi si riunissero a Francoforte. La notizia è che il governo federale – per la precisione il superministero dell’Economia, guarda caso, insomma quello guidato dal vicecancelliere e leader della Spd Sigmar Gabriel – sta preparando un programma di sostegno alla congiuntura e all’occupazione in Germania. Un programma in dieci punti, di cui se ne conoscono solo alcuni: misure per più competitività, il lancio di una moderna politica industriale, più investimenti pubblici, l’esenzione del valore di impianti e macchinari dell’azienda di papà e mamma dalla tassazione delle eredità, la detassazione dei consumi energetici delle aziende. Se un paese così forte, che esporta prodotti d’eccellenza più degli Usa ed è in rilancio di rating anche nell’istruzione superiore, pensa a misure simili, ci saranno anche ragioni valide, tanto più sullo sfondo della tradizionale ortodossia tedesca devota ai mantra del rigore. La matematica non è un’opinione, questo lo sanno anche Angela Merkel, i suoi ministri, sottosegretari e legislatori, e i vertici della Bundesbank. I quali, guarda caso, hanno cominciato (il presidente Jens Weidmann in persona, avversario storico di Draghi) a mettere in guardia contro il pericolo del freno imposto dalla bassa inflazione o deflazione. Vediamo alcune cifre: primo, il governo si prepara, secondo Der Spiegel, a rivedere al ribasso le prognosi di crescita del prodotto interno lordo (pil) per l’anno in corso, dall’1,8 per cento promesso finora all’1,5 per cento. E’ sempre crescita, certo. Ma se la locomotiva ha il raffreddore gli altri possono prendersi la polmonite, in una malefica reazione a catena. Secondo, l’indice Ifo della fiducia delle imprese, il più autorevole qui, per il quarto mese consecutivo è in calo, da 108 a 106,3 punti. Terzo, l’altro mercoledì l’indice Pmi manifatturiero è di nuovo rallentato, a 53,7 per cento rispetto alla prognosi di 54,9 e rispetto al 55,7 del mese precedente. Valori sopra il 50 per cento indicano sempre un trend di crescita, sebbene quest’anno la Germania abbia dovuto incassare la brutta sorpresa di un trimestre di pil in negativo. “L’economia tedesca sta continuando a perdere forza e spinta propulsiva”, ha ammonito il presidente dell’Institut für Wirtschaftsforschung, l’istituto di Monaco che pubblica l’indice Ifo, il ‘duro’ Hans-Werner Sinn, non sospetto di sognare politiche di aumento sdella spesa pubblica. I segnali di rallentamento non finiscono qui. Gli ordinativi per l’edilizia, in giugno, sono calati di un sorprendente, allarmante 11,9 per cento rispetto al mese precedente. I produttori di macchinari industriali, comparto-chiave qui come da noi, in cui la Germania è numero uno mondiale, stanno correggendo al peggio ogni previsione. Infine ma non ultimo: l’indice del clima del consumo privato a settembre è calato di 0,3 punti a quota 8,3, il minimo da maggio 2011 quando fu colpito al cuore dall’onda lunga della crisi finanziaria internazionale, dalla catastrofe atomica di Fukushima e dalle rivoluzioni in Nordafrica. Adesso i tedeschi cominciano a capire che i pesanti venti di recessione in Francia, Italia ma anche in economie forti come Olanda e Finlandia pesano anche sulle loro sorti. Come in una versione rovesciata della favola di Menenio Agrippa. L’indice elaborato dai ricercatori di GfK sulle aspettative per il futuro dei consumi privati ha perso ben 35,5 punti, il suo calo più pesante dal lontano 1980 della guerra fredda all’apice tra invasione sovietica dell’Afghanistan e Jumbo coreano abbattuto dai caccia Sukhoi della V-VS russa e distrutto con tutti i 300 e passa passeggeri a bordo, perché aveva sconfinato perdendo la rotta sull’isola sovietica di Sakhalin. Preoccupazioni anche nell’industria- chiave e simbolo del paese, quella dell’auto, fa notare il professor Ferdinand Dudenhoef-fer, massimo esperto tedesco e forse europeo del ramo, nonostante le aspettative per fine anno rimangano positive. L’Unione dei costruttori d’auto (VDA) si aspetta un “anno stabile” perché l’export tira ancora, specie per i marchi premium (Bmw, Audi, Mercedes, Porsche) e per il colosso Volkswagen con tutti i suoi brand, di massa e di lusso, insomma da Seat a Bentley. Tirano ancora le vendite nelle Americhe e in Cina, eppure il rallentamento economico nella Repubblica Popolare e le nuove misure anti-price dumping adottate da Pechino contro i giganti dell’auto non cinesi pesano. Mentre la domanda interna, nell’auto e in generale, che a fine 2013-inizio 2014 in Germania si era robustamente risvegliata, adesso frena di nuovo. Proprio per un paese esportatore per eccellenza, il rallentamento cinese, la crisi con la Russia, l’incertezza sul futuro di pil e debito sovrano in Usa e Latinoamerica, e poi le tante, troppe guerre contemporanee – Russia/Ucraina, Israele-Palestina, Siria, Iraq, e tante altre – fanno temere di tutto, da tensioni politiche gravissime ancor più delle attuali a livello mondiale fino a rincari del petrolio e a cali della domanda anche in quelle regioni. Con in più il timore, agitato senza scrupoli da Putin, che la Germania dopo aver scelto di spegnere i suoi reattori nucleari civili spaventata da Fukushima si trovi sotto il ricatto di uno stop delle forniture energetiche russe. “Non esageriamo con gli allarmi, ma non ignoriamoli neanche”, ha detto a luglio in un’intervista esclusiva a Repubblica il potente e autorevole ministro delle Finanze federale, Wolfgang Schaeuble: “Strutturalmente siamo ancora in crescita e restiamo un robusto paese industriale, non è declino come da voi o altrove. Ma stiamo attenti, non possiamo farne a meno”. A confermare poche settimane dopo le parole di Schauble è arrivato venerdì il primo dato positivo (ma da prendere con prudenza) da un po’ di tempo a questa parte, la crescita dell’1,9 per cento, al di sopra delle previsioni, della produzione industriale a luglio. Non basta però quel numero a dirci come andrà a finire con la locomotiva tedesca. Se, insomma, sarà happy end o no. Qui, e già questo è significativo, nessuno sa o vuole offrire più risposte certe alla grande domanda, sotto la luce stellare anche di costellazioni negative, cui qui non erano più abituati. Già questa imponderabilità è pericolosa, per loro forti e competitivi anche se in rallentamento inquietante, figuriamoci per noi. E allora, avverte il direttore di Die Zeit Giovanni di Lorenzo, forse gli attuali problemi di rallentamento possono almeno aiutare la Germania a capire che non tutti i dettami di rigore sono Vangelo intoccabile. Vedremo. Lo stand della Volkswagen all’ultimo Salone di Francoforte; a sinistra, la Cancelliera Angela Merkel

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