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La «gelata» globale spaventa le Borse

I segnali che arrivano dalle economie mondiali fanno temere una nuova frenata globale. Negli Stati Uniti la Federal Reserve chiude la porta, almeno per ora, a un nuovo stimolo monetario. In Europa il mercato del lavoro si fa sempre più asfittico. Inevitabile che, messi di fronte alla dura realtà di uno scenario macro a tinte fosche, gli operatori azionari scelgano la strada delle vendite. Asset rischiosi fuori dai portafogli, dentro i beni rifugio come i Bund tedeschi. A pagare dazio, come sempre, sono le borse periferiche, le più vulnerabili ai cambi d’umore degli investitori. Appesantita dalle vendite sui bancari (-2,31%) e titoli industriali, Milano ieri ha perso il 2% ma ancora peggio è andata a Madrid, il cui indice borsistico ha ceduto il 2,58 per cento. In territorio negativo anche le altre piazze europee: Parigi ha chiuso in calo dello 0,7%, Francoforte dello 0,53%, Londra dello 0,99%. Flessioni un po’ più contenute,seppur di poco, a Wall Street, dove l’S&P 500 è arretrato dello 0,5%.
Se per le piazze europee è stata la peggiore seduta da oltre due settimane,
all’euro non è andata meglio: la divisa europea è infatti scesa ai minimi da 2 anni contro il biglietto verde atterrando fino a 1,2165 dollari, la quotazione più bassa da luglio 2010. In uscita dalla moneta del Vecchio continente, e dai titoli di Stato di Italia e Spagna – come conferma il rialzo dello spread a quota 466 (si veda a pagina 3) -, gli investitori hanno proseguito nell’acquisto dei già ipercomprati titoli di Stato dei paesi percepiti come più solidi. In calo quindi i tassi del Bund a 10 anni (sceso all’1,24% dal precedente 1,29%), degli OaT francesi (il cui tasso decennale è sceso di 7 punti base a quota 2,23%) o dei titoli austriaci, che sui 10 anni offrono un tasso del 2 per cento secco.
Insomma, la giornata era ispirata al risk-off, ovvero all’avversione al rischio. Troppe del resto sono le incertezze su una possibile rapida soluzione della crisi dell’Eurodebito. Troppe, al contempo, le nubi che aleggiano sulla crescita mondiale. La Bce, ad esempio, nel suo ultimo bollettino mensile ha messo in luce come la situazione del mercato del lavoro sia «ulteriormente peggiorata» tanto che non si prevedono «miglioramenti per il prossimo futuro». Non solo: la Sud Corea ha ridotto i tassi per la prima volta in tre anni mentre l’Australia ha registrato dati occupazionali peggiori delle stime. È vero che la produzione industriale in Europa a maggio ha segnato un inatteso rimbalzo, ma è anche vero che le economie periferiche, strette tra la morsa dell’austerity e dell’aumento dei tassi di interesse, fanno i conti con una crisi economica di gravità crescente: ieri il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi ha stimato in -2,4% il calo atteso sul Pil italiano nel 2012.
Oggi
toccherà alla Cina. Ma anche in questo caso le attese sono negative: i dati relativi al Pil dovrebbero confermare che la seconda economia mondiale sta raffreddando i motori. Tanto che gli analisti, infatti, si attendono una crescita del secondo trimestre del 7,6%, la peggiore performance dalla crisi finanziaria del 2008-2009. Un po’ più confortanti, va detto, erano ieri le notizie provenienti dal mercato americano. Il numero di lavoratori che per la prima volta hanno fatto richiesta dei sussidi di disoccupazione è calato la settimana scorsa al minimo da marzo 2008. Un buon dato. Ma solo in teoria. Perchè allontana l’ipotesi che la Fed possa mettere mano al portafoglio e aprire il rubinetto della liquidità con un nuovo Qe3. E ai mercati, che a partire dalla crisi Lehman sono abituati a muoversi al rialzo solo sull’onda della liquidità iniettata a forza dalle banche centrali, tutto ciò non piace.

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