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La fusione non evita la confisca

La fusione non salva la società incorporante dalla sanzione per corruzione internazionale. È stata così confermata la misura amministrativa pecuniaria di 600mila euro e la confisca di 24 milioni a carico di Saipem. La soma rappresenta la quota nei 182 milioni di tangenti pagate dal consorzio internazionale Tskj del quale Snamprogetti Netherlands Bv (incorporata in Saipem nel 2008) faceva parte. Sin dal momento della costituzione della joint venture, nel 1994, e sino al 20004, secondo i giudici, era cominciata l’attività corruttiva indirizzata ad ammorbidire pubblici ufficiali nigeriani, dai vertici (i presiedenti della Repubblica di Nigeria succedutisi nel tempo) ad altri di rango minore. Obiettivo? Ottenere contratti per un valore complessivo di 6 miliardi di dollari per la realizzazione di un impianto di liquefazione del gas naturale nell’area di Bonny Island.
Tra gli argomenti sui quali si è concentrata particolarmente la difesa c’è stata l’interpretazione data dai giudici di merito all’articolo 29 del decreto legislativo 231 del 2001, in base alla quale si sarebbe operata un’illegittima estensione della responsabilità amministrativa al soggetto giuridico diverso che incorpora la società, infrangendo in questo modo il principio di personalità della responsabilità penale.
Nell’affrontare la questione, la Cassazione ha sottolineato come in sede europea sia stata più volte evidenziata l’effettività della risposta sanzionatoria che deve essere in grado di superare condotte elusive, tanto più pericolose sul fronte delle persone giuridiche «là dove siano ritenuti sufficienti una mera riorganizzazione o la modifica della denominazione sociale per ostacolare la repressione di un illecito».
La Corte di giustizia Ue ha così richiamato gli Stati, proprio nel caso di fusione societaria, ad assicurare l’imposizione di sanzioni nei confronti dell’ente che ha incorporato quello che ha commesso l’infrazione. In caso contrario le imprese potrebbero sfuggire alle sanzioni per il solo fatto che la loro identità è stata modificata per effetto di un’operazione societaria straordinaria. Va evitata quindi un’applicazione eccessivamente “formalistica” del principio della responsabilità personale. nei confronti delle persone giuridiche.
Quanto alla disciplina italiana, la sentenza della Cassazione mette in evidenza come il decreto 231 (approvato aderendo a convenzioni internazionali) è indirizzato a introdurre sanzioni effettive per una serie di reati che nel tempo è andata via via allargandosi. Prevedere un effetto estintivo in caso di trasformazione dell’ente dovuta alla libera iniziativa degli interessati avrebbe determinato, osserva la Cassazione, una evidente inadeguatezza delle sanzioni inflitte a rendere effettiva l’osservanza degli obblighi assunti in sede internazionale.
È vero peraltro che il diritto societario non si è preoccupato di dare una definizione della fusione, autorizzando in questo modo una pluralità di interpretazioni. Tuttavia, con la riforma Vietti del 2003, ha espressamente introdotto la previsione della prosecuzione di tutti i precedenti rapporti da parte dell’incorporante o della società nata dalla fusione.
La società incorporante, Saipem, non può così scindere la sua responsabilità da quella di Snamprogetti. In caso di fusione comunque, ricorda la Cassazione, la due diligence che deve accompagnare l’operazione offre alla società incorporante le garanzie per essere pienamente consapevole dei rischi nell’acquisizione di una società sotto processo per illeciti amministrativi. La Cassazione richiama poi la valutazione di merito sui modelli organizzativi adottati: puro formalismo cartolare, del tutto inadatto a scongiurare l’attività corruttiva, condotta da intermediari della società, sospesi solo dopo le indagini penali.

Giovanni Negri

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