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La fuga dei ministri da May per lo scontro finale su Brexit

Fuori da Westminster centinaia di persone cantano “Hey Jude” dei Beatles modificata in “Hey EU”, l’acronimo dell’Unione Europea in inglese. Fuori da Downing St, altre decine di manifestanti pro-Ue vogliono un secondo referendum. Dentro Downing Street n.10, Theresa May, nella fastosa sala conferenze della residenza, arriva con mezz’ora di ritardo, pare per l’ennesima minaccia di dimissioni del giorno – stavolta del ministro dell’Ambiente, Gove – sbuca a passettini da una porticina e inizia il suo discorso ai giornalisti invitati. La premier britannica lo ripete: non mollerà di un centimetro, nonostante i congiurati nel suo partito e il fatto che non abbia una maggioranza in Parlamento. «Questo è l’unico accordo possibile sulla Brexit, rispetta il referendum e andremo sino in fondo: la libera circolazione finirà per sempre, riprenderemo il controllo di soldi, confini e leggi». E sottolinea, più volte, un concetto: «Spesso le cose giuste non sono mai semplici. Io resisto come Geoffrey Boycott », 78enne ex stella del cricket.
Ieri è stata un’altra giornata difficilissima per May, dopo il drammatico consiglio dei ministri di mercoledì, quando due membri del governo sarebbero scoppiati a piangere mentre la premier spingeva per approvare la sua bozza di accordo con l’Europa sulla Brexit. Alla fine, a maggioranza, era arrivato l’ok dell’esecutivo ma quella fragile tregua si è frantumata dopo poche ore, ieri mattina: si sono dimessi uno dopo l’altro la ministra del Lavoro Esther Mc-Vey, il sottosegretario per l’Irlanda del Nord Shailesh Vara, il vicepresidente del partito conservatore Rehman Chishti. Poi è arrivato l’addio più clamoroso. Quello di Dominic Raab, ministro della Brexit e capo negoziatore con le autorità di Bruxelles.
Tutti hanno abbandonato alludendo alla propria «coscienza, che non potrà mai accettare un accordo simile» con l’Europa. Nello specifico, per due questioni legate al rebus irlandese e alla preservazione del confine fluido e della pace nell’area: l’unione doganale a oltranza per il Regno Unito qualora non ci fosse un accordo definitivo prima dell’uscita finale di Londra dall’Europa (31 dicembre 2020) e il regime separato previsto per l’Irlanda del Nord, in una sorta di mercato unico, che secondo i ribelli la slegherebbe dal resto del Regno Unito. Le dimissioni di Raab sono surreali: è stato proprio lui ad aver negoziato quel patto con l’Europa, per poi ripudiarlo platealmente ieri. C’è chi dice, tra i Tories, che Raab non contasse niente e prendesse ordini da Downing St. In realtà, c’è una affilata lotta di potere in corso a Whitehall. Secondo un deputato conservatore, Raab, successore e figlioccio del “brexiter” David Davis, vorrebbe rimpiazzare May (come lo stesso Davis e Boris Johnson). La premier potrebbe presto affrontare un voto di fiducia. Sempre ieri, dopo la chiamata alle armi dell’ultraconservatore Jacob Rees-Moog, decine di deputati hanno invocato ufficialmente la sua caduta e, forse la settimana prossima, si andrà alla conta.
Perché oramai la Brexit è una guerra psicologica. May parla di «visioni differenti» ma il suo partito conservatore è a pezzi: anche il ministro Gove che dovrebbe succedere a Raab pare sul punto di mollare, perché accetterebbe il ruolo solo se la bozza di accordo con l’Ue verrà rinegoziata. Gli unionisti nordirlandesi, che sono la stampella di May in Parlamento, hanno giurato che gliela faranno pagare. Gli scozzesi sono infuriati e sono tornati a chiedere l’indipendenza: nel 2014 hanno votato un referendum per rimanere nel Regno Unito e restare dunque soprattutto in Europa, ora non solo Londra li trascinerà fuori dall’Ue ma sono gelosi dello status “europeo” che verrà riconosciuto a Belfast. Il Labour di Corbyn, poi, inizia a spaccarsi, tra il no secco del leader al piano “sconclusionato” di May e “i responsabili”.
In questo terremoto collettivo, mentre la sterlina sprofonda, c’è una certezza. Il Regno Unito non ha più alcuna maggioranza: né per votare il piano di May in Parlamento, né per andare alle elezioni, né per chiedere un secondo referendum, né per sfiduciare la stessa May. Questo Paese è su un limbo inclinato, mentre scivola sempre di più verso l’ignoto. In realtà, una maggioranza ci sarebbe: secondo l’ennesimo sondaggio, in un secondo referendum, oggi vincerebbe nettamente il no alla Brexit. Ma è troppo tardi ormai.

Antonello Guerrera

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