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La fuga (anticipata) dei capitali e la strategia dei conti «spezzati»

BRUXELLES — La stalla sarà chiusa, ma certi buoi sono già fuggiti. Alcuni capitali hanno già preso il volo dalle banche di Cipro, tuttora in attesa della riapertura: 4,5 miliardi di euro, è la cifra stimata per la settimana precedente lo scontro con la Ue. Quando ancora Bruxelles non aveva minacciato i prelievi forzosi sui depositi grandi o piccoli, ma già i media ciprioti parlavano apertamente di questa possibilità. Non solo: ancora più tardi, quando ormai le banche erano state sbarrate, l’«esodo» sarebbe misteriosamente continuato. Le fonti di queste voci sono diverse, e una in particolare spicca fra le altre: vi sono state «limitate fughe di capitali», conferma il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble. E rincara la dose l’autorevole quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung: «La scorsa settimana potrebbero essere fuggiti da Cipro miliardi di euro, nonostante il fatto che la Banca di Stato avesse deciso il blocco». Peraltro, nella fase precedente all’accelerazione di questi giorni, la Banca centrale ha rilevato come molti oligarchi russi avessero spezzettato i propri fondi in tanti conti tutti sotto i 100 mila euro, dunque garantiti. Pratiche simili, del resto, sono diffuse anche fra i milionari negli Stati Uniti.
Prima ancora della tempesta, il debito della Banca centrale di Cipro nei confronti della Banca centrale europea era aumentato da 100 a 200 milioni al giorno, e la scorsa settimana questa cifra è raddoppiata. Se è proprio così, allora l’applicazione dell’accordo di Bruxelles sarà davvero difficile. Anche se tutte le parti continuano a citare come determinanti le «misure amministrative»: cioè il blocco dei depositi, chiesto sottovoce dall’eurozona, e poi applicato dal governo cipriota. Qui si cammina su un crinale giuridico insidioso: perché la libertà di circolazione dei capitali, come delle persone e delle merci, è uno dei valori fondanti della Ue. È per questo che ieri il commissario Ue al mercato interno, Michel Barnier, ha un po’ ammonito e un po’ promesso: «Le restrizioni sul movimento dei capitali a Cipro dureranno soltanto alcuni giorni… Mai, da nessuna parte in Europa, deve essere messa in discussione la protezione sui depositi sino ai 100 mila euro».
Ed è anche per questo se, nei documenti ufficiali, il ruolo dell’eurozona è stato prudentemente tenuto sullo sfondo, quasi a lasciar credere che le misure più imbarazzanti per Bruxelles siano state decise dai ciprioti, mentre naturalmente non è stato così: «L’Eurogruppo — dice la dichiarazione finale dell’altra sera — prende nota della decisione delle autorità (cipriote, ndr) di varare misure amministrative appropriate… e sottolinea che saranno temporanee, proporzionate e non discriminatorie, soggette a stretti controlli in linea con il Trattato Ue». Cioè con il principio della libera circolazione dei capitali.
C’è poi un altro punto, in quella stessa dichiarazione, che denota preoccupazione e imbarazzo: «L’Eurogruppo raccomanda l’immediata realizzazione dell’accordo fra Cipro e Grecia sulle filiali greche delle banche cipriote, accordo che protegge la stabilità di entrambi i sistemi bancari…».
È tutto già firmato: per il prezzo simbolico di un euro la Banca del Pireo, terzo gruppo creditizio ellenico, ha rilevato sulla carta le succursali greche della Cyprus Bank e della Cyprus Popular Bank, che hanno in pancia depositi per 14,6 miliardi di euro. Così è stato deciso, motivazione ufficiale, per proteggere da ogni scossa la finanza greca; ma anche perché si temeva, per esempio, che i correntisti della Cyprus Bank a Nicosia potessero spedire in massa i propri fondi alla succursale di Atene e poi altrove, salvandoli dal prelievo forzoso. Questo, però, sarebbe accaduto ugualmente, almeno in parte, perché l’«allerta» è scattato da settimane e perché l’accordo Atene-Nicosia non sarebbe tuttora operativo. Ora l’Eurogruppo alza la voce, chiede che venga realizzato «immediatamente», e questo è un altro piccolo enigma del grande patto siglato a Bruxelles.

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