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La frenata di Berlino pesa sull’export

All’appello mancano solo 63 milioni, ma è una frenata che brucia. La riduzione dell’export italiano verso Berlino ad agosto rappresenta il primo effetto concreto e visibile sulla nostra economia del rallentamento in atto in Germania. Proprio ad agosto attività industriale, ricavi e interscambio tedeschi hanno palesato forti segnali di sofferenza, spingendo verso il basso le previsioni di crescita della maggiore economia europea. L’impatto sull’Italia, per quanto limitato ad un mese “debole” per le esportazioni, è un calo tendenziale del 2,1%, non esagerato, come detto, in termini assoluti ma quanto mai significativo considerando che si tratta del primo mercato di sbocco per le nostre merci. Un rallentamento in linea con i dati globali tedeschi, che proprio ad agosto avevano evidenziato una riduzione delle importazioni dal mondo del 2,4%. Dato preoccupante, anche perché unito al calo dell’export di Berlino, finora un volano fondamentale per tanti fornitori italiani, soprattutto dell’area meccanica ed elettronica.
L’inversione di rotta tedesca è in realtà parte di una retromarcia corale in atto in Europa, con una riduzione di acquisti di made in Italy che abbraccia Francia (-3,3%), Regno Unito (-4,2%) e Spagna (-6,1%).
Per la prima volta da novembre del 2013 i dati delle nostre vendite tendenziali verso la Ue diventano così negativi (-1,3%), spingendo in rosso il bilancio globale del mese. Il calo annuo del 2,7% è in realtà soprattutto legato alla caduta della domanda extra-Ue, con i focolai di crisi in Russia, Ucraina, Medio Oriente e Africa a ridurre di oltre quattro punti le vendite globali di Made in Italy. Ma è l’Europa a preoccupare, perché finora nel corso del 2014 era stato proprio il Vecchio Continente, insieme a Stati Uniti e Cina, uno dei pochi punti fermi dell’export nazionale.
La riduzione tendenziale del mese, a cui però (ed è l’unico dato positivo nel comunicato Istat) si contrappone una crescita mensile destagionalizzata di oltre un punto, avvicina così ulteriormente allo zero il già magro bilancio delle nostre esportazioni dall’inizio dell’anno.
Tra gennaio e agosto, all’ultima riga dei dati Istat resiste un magro +0,9%, con la sensazione che nei mesi successivi resta più probabile l’avvicinamento allo zero che non un rimbalzo vero l’alto.
Scorrendo i dati settoriali si trovano solo una manciata di comparti in terreno positivo, come farmaceutica, legno e autoveicoli. Per il resto, agosto presenta una lunga teoria di segni meno, dai prodotti di consumo ai beni strumentali.
Il rallentamento della domanda interna tedesca è evidente nel calo corale dei settori più direttamente esposti verso gli acquisti delle famiglie. Gli alimentari cedono quasi sei punti, addirittura nove l’abbigliamento. Ma il rallentamento dell’industria tedesca sta già avendo evidentemente un impatto anche nell’area dei macchinari, dove il calo tendenziale è pesante, superiore ai sei punti percentuali.
Dal lato delle importazioni resta un pesante segno meno, legato soprattutto alla frenata dei prodotti energetici. Da questo punto di vista, considerando la discesa recente dei prezzi del greggio, arrivati ai livelli minimi da quattro anni, è probabile che anche i prossimi mesi possano confermare questa tendenza. Ad agosto le importazioni scendono dunque del 7%, spingendo ancora una volta verso l’alto l’avanzo commerciale italiano. Ad agosto lievita oltre quota due miliardi, un miliardo in più rispetto allo stesso mese del 2013, da gennaio si arrampica a quota 26,3 miliardi.
Le prospettive non sono ottimali per il prossimo futuro. Questo, almeno, il rischio che intravede Sergio de Nardis, capo economista di Nomisma, secondo cui «solo se si verificasse un bel balzo in settembre (di un 2,5%) si neutralizzerebbe il calo delle esportazioni di beni nel terzo trimestre. Considerata la debolezza della domanda interna – frenata soprattutto dagli investimenti – i dati Istat evidenziano il permanere di una situazione di difficoltà dell’attività produttiva nel periodo luglio-settembre, con un possibile nuovo segno meno dopo quello riscontrato nel secondo trimestre».
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