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La frenata dell’economia cinese (ma le Borse non si spaventano)

PECHINO Un’economia che dopo trent’anni di crescita continua a doppia cifra rallenta, ma avanza ancora a un ritmo del 6,9%, dovrebbe essere salutata come un miracolo. Ma siccome si parla della Cina, seconda economia del mondo, la frenata apre scenari complessi e inquietanti per il sistema globalizzato.
Ieri l’Ufficio statistiche di Pechino ha presentato i dati del terzo trimestre di quest’anno, quelli dell’estate tempestosa con l’esplosione della bolla in Borsa a Shanghai e Shenzhen e la svalutazione dello yuan. Ebbene, il Pil cinese ha registrato un’espansione del 6,9% rispetto al 7,3 dello stesso periodo del 2014. È il passo più lento dall’inizio del 2009, quando il mondo era sprofondato nella crisi finanziaria. Ma è anche un rallentamento inferiore a quello previsto e temuto. Le Borse non ne hanno risentito: nessuna ondata di vendite. Dopo il +7% del primo semestre, il Pil della Repubblica popolare è rimasto in linea con l’obiettivo fissato dal governo «intorno al 7». Molti economisti occidentali avevano previsto per il terzo trimestre un dato del 6,7 e di fronte a questo 6,9 si è levato subito il coro di quanti sono convinti che le statistiche diffuse da Pechino siano inaffidabili e ritoccate al rialzo. Da tempo il partito degli scettici sostiene che la crescita reale della Cina sia più vicina al 4 che al 7%. Il fronte degli ottimisti ricorda invece che il governo cinese è impegnato in un gigantesco piano di riequilibrio dell’economia, da fabbrica del mondo a mercato maturo, e che i consumi interni stanno reggendo bene: le vendite al dettaglio sono cresciute del 10,9% in settembre, rispetto al 10,5% di luglio; la spesa in e-commerce è salita del 36% nel trimestre rispetto allo stesso periodo del 2014 . Però la stampa di Pechino, ispirata dal governo, sta preparando il terreno per una riduzione ulteriore della crescita nei prossimi anni: «Gli economisti sono a favore di una riduzione dell’obiettivo al 6,5%, anche intervallato da brevi periodi al 6%», annunciava ieri il China Daily . Pochi giorni fa il premier Li Keqiang ha rivendicato il fatto incontestabile che la Cina rappresenta il 30% della crescita mondiale; ha aggiunto che nei primi sei mesi dell’anno sono stati creati 7,18 milioni di nuovi posti di lavoro nelle città cinesi(il 72% del fabbisogno 2015); che i consumi interni contribuiscono per il 60% alla crescita, segno che il processo di riequilibrio procede; che il settore dei servizi vale il 49,5% del Pil rispetto al 48,1%. Soprattutto, bisogna considerare che il Pil della Repubblica popolare oggi è di 10,3 trilioni di dollari: quindi il 6 o 7 per cento di crescita su questa base vale molto più del 10% del 2005, quando il Pil era di 2,3 trilioni di dollari. Jim O’Neill, l’economista britannico famoso per aver coniato l’acronimo Bric (Brasile, Russia, India, Cina), ama ripetere che il tasso di crescita di Pechino sotto il 7% significa che Pechino in un anno «crea una nuova ricchezza pari quasi al Pil dell’Italia».
Un’economia che si è moltiplicata per cinque negli ultimi dieci anni, anche in rallentamento, continua a consumare (e importare) più risorse naturali che mai prima nella sua storia. Ma questa frenata, che nella narrativa del presidente Xi Jinping è stata definita «nuova normalità» rispetto ai decenni di corsa stupefacente, può avere ripercussioni gravi su Paesi esportatori di prodotti e macchinari come Germania e Italia e su produttori di materie prime come Brasile e Russia. Per questo oggi guardiamo ai dati cinesi con la stessa attenzione e ansia che tradizionalmente è concentrata ai numeri di industria e occupazione negli Stati Uniti. Prossimo appuntamento il Plenum del Comitato centrale comunista, in programma a Pechino dal 26 al 29 ottobre per varare il 13mo Piano quinquennale che pianificherà la crescita dal 2016 al 2020.

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