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La frenata delle banche utili a 6,6 miliardi (metà di intesa)

Sbandata controllata. L’ultimo trimestre dei conti delle sei maggiori banche italiane (1 luglio – 30 settembre) evidenzia in forma concreta le preoccupazioni derivanti dall’incerto, ancorché vivace, quadro politico e da una ripresa che sembra già aver perso la spinta dei giorni migliori. I primi sei istituti di credito italiani hanno realizzato, nei primi nove mesi dell’anno, 6.649,1 milioni di euro di utili netti. Ma di questi quasi la metà (3.012) arrivano dalla sola Intesa Sanpaolo.

Se poi andiamo a vedere il risultato dell’ultimo periodo, appare evidente un rallentamento: dei 6.649 milioni di utili solo 1.213,6 sono stati realizzati nel terzo trimestre, 5.435,5 erano già in cassa il 30 giugno.

I gruppi

Intesa, è opportuno sottolinearlo in questo momento, continua a fare corsa a parte. Considerando la partnership siglata con Intrum nel settore dei Non performing loans, il gruppo guidato da Carlo Messina eleva l’utile netto dei nove mesi a 3,4 miliardi di euro, ovvero circa il 90 per cento dei 3,8 miliardi che furono l’utile netto dell’intero 2017. Con tre mesi d’anticipo. A questi risultati Intesa unisce una solidità patrimoniale ben oltre le richieste degli organi di vigilanza: 13,7 per cento del Cet1 ratio, che negli stress test dell’Eba, nell’ipotesi avversa al 2020, arriva al 9,7 per cento.

L’altro colosso del credito nazionale, Unicredit, si è invece andato a misurare con alcune contingenze, su tutte la svalutazione della lira turca, paese dove Unicredit è massicciamente presente, oltre al contenzioso con le autorità fiscali statunitensi per alcune attività della controllata tedesca Hvb. I due fattori, più di altri, hanno contribuito a ridurre l’utile netto del trimestre per Unicredit a 29 milioni di euro, che diventano 2.165 milioni se consideriamo i nove mesi. In entrambi i casi la frenata è nettissima. Nei primi nove mesi del 2017 realizzò 4.670 milioni di euro di utile netto. Oggi il calo è del 53,7 per cento. Mentre i 29 milioni del trimestre si commentano da soli: è il valore più basso tra le sei banche prese in esame, un terzo di quanto ha realizzato nel medesimo periodo il Monte dei Paschi di Siena. Ma è necessario guardare con freddezza a Unicredit, che oggi in borsa vale appena 25 miliardi di euro. Il ceo Jean Pierre Mustier ha già messo mano ad alcuni interventi. Sarà presto alleggerito il patrimonio immobiliare. Soprattutto, Mustier ha fatto professione di fede nei confronti della banca e del suo piano Transform 2019. Sebbene alcuni target siamo stati rivisti al ribasso (ricavi, Cet1 ratio), Mustier ha annunciato di voler investire a titolo personale l’equivalente della sua retribuzione lorda annuale in Unicredit: 600 mila euro saranno investiti in azioni, altrettanti in titoli assimilabili ai bond, con impatto sul Cet 1 ratio. Un segnale importante, che dovrebbe rassicurare il mercato.

Dietro alle due grandi, si segnalano i 172 milioni di utili netti portati a casa da Giuseppe Castagna con Banco Bpm, che diventano 524,5 nei nove mesi. Ubi si ferma a 38,5 milioni nel trimestre, che diventano 210 milioni nella prima parte dell’anno, un risultato che, scrive Ubi in un comunicato,«è il migliore degli ultimi 10 anni». Bper su un totale di 358 milioni nei nove mesi ne realizza solo 50 nella frazione estiva, mentre va sottolineata la performance del Monte dei Paschi. Marco Morelli ha confermato l’utile nel trimestre (91 milioni di euro che diventano 379 milioni dall’inizio dell’anno, terzo trimestre consecutivo in utile), rispondendo con i fatti alle critiche del recente passato. La strada del Monte dei Paschi continua a essere particolarmente ripida, ma i risultati si vedono. Certo, la Borsa continua a penalizzare il gruppo, che capitalizza appena 1,7 miliardi, ma che non sarebbe stata una passeggiata era cosa nota. È importante invece che l’azionista pubblico inizi a guardare avanti. Alle mille urgenze va aggiunta quella che urgenza potrebbe diventare: in base agli accordi firmati con le autorità europee, il governo italiano deve alienare la partecipazione in Mps (oltre il 68 per cento) entro due anni. Un periodo lunghissimo in politica. Ma è evidente che una simile operazione non può essere allestita nella seconda metà del 2021.

Spostamenti

Resta da considerare un ultimo aspetto operativo emerso nelle ultime settimane. Gli istituti di credito per risentire il meno possibile del variare dello spread, che tocca il valore dei titoli di Stato su cui sono pesantemente investite le banche italiane, hanno cambiato strategia. Una parte consistente dei 378 miliardi di Btp in portafoglio stanno cambiando comparto. Da titoli «disponibili per la vendita», quindi da valutare puntualmente mark to market, sono stati rinominati come titoli da mantenere fino a scadenza, quando lo Stato italiano (presumibilmente) rimborserà a quota 100. Intesa ha spostato un terzo dei propri Btp, Unicredit ridurrà del 30 per cento le proprie esposizioni mark to market e Banco Bpm farà a metà, mentre le altre si sono mosse sullo stesso sentiero. Mettendosi un po’ al sicuro, in questa maniera, dagli sbalzi dello spread, nuovamente tornato venerdì oltre quota 300 sul Bund tedesco.

Stefano Righi

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