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La frenata dei Bric non blocca le Pmi

Nelle case della Cina centrale, quella appena sopra il Fiume Azzurro, il riscaldamento è stato tradizionalmente assicurato dalle stufe, quando va bene elettriche, sennò a olio. Poi però è arrivato il gasdotto dalla Mongolia, «e per noi si è aperto un mercato enorme, di quelli a doppie cifre». Per Salvatore Serio, direttore generale di Ariston Thermo group China, la macroeconomia cinese è tutta qui. Gli organismi internazionali danno in rallentamento la crescita del Dragone? Il settore immobiliare si è sgonfiato e le nuove costruzioni non spuntano più come funghi tra i grattacieli di Pechino o di Shanghai? Ci sono milioni di vecchie abitazioni in Cina in cui le caldaie stanno per entrare per la prima volta e per Ariston Thermo questo è un Eldorado impareggiabile. Tanto l’azienda italiana festeggerà il bilancio locale 2013 con un aumento tra il 10 e il 15%. Due volte tanto la crescita del Pil cinese.

I Bric rallentano, l’ultimo a ricordarcelo – ma è solo uno fra tanti – è stato il Fondo monetario internazionale. Ma quanto vale il dato macro per descrivere un Paese? Quanto pesa una percentuale di Pil nelle chance di successo di un’impresa italiana che investe in un Paese emergente?

La Com-Tech di Morbegno, in Valtellina, è una delle poche aziende al mondo (i concorrenti si contano sulle dita di una mano) che produce componentistica specializzata per l’industria delle teletrasmissioni. «Per noi il Brasile è un mercato dalle potenzialità enormi perché deve passare al sistema televisivo digitale. Ma forse noi non facciamo testo, lavoriamo in un mercato di nicchia». Si schermisce, quasi a vergognarsi del suo successo, l’ingegnere Davide Valenti, uno dei soci dell’azienda. Ma il discorso delle specializzazioni non regge. Il broadcasting è una nicchia così come lo sono le caldaie: basta individuare quelle giuste per ogni Paese, e il business viaggia a gonfie vele.

Il fatto è che, a un certo punto della storia della modernizzazione, ci sono tappe evolutive che una nazione emergente deve fare per forza, che il suo Pil rallenti la corsa o meno. Come l’Italia degli anni Cinquanta. E intercettare queste tappe significa fare affari d’oro, anche se l’economia cresce “solo” del 2,5%, come quella del Brasile. «Se lei guarda le vetrine delle profumerie brasiliane, sembra di vedere l’Europa degli anni Ottanta», racconta Roberto Petrucci, amministratore delegato di Chromavis group, azienda del settore della cosmesi che ha sede nel cremonese e che dall’anno scorso ha aperto uno stabilimento da cento dipendenti vicino a San Paolo.

L’idea di sbarcare qui è nata nel 2010, in piena euforia da aggiudicazione dei Mondiali e delle Olimpiadi. Nei due anni successivi è successo di tutto: «Abbiamo dovuto cambiare due studi legali e tre di commercialisti perché la professionalità locale è molto bassa e la burocrazia del paese è spaventosa», ricorda Petrucci. Intanto, anche l’economia locale andava peggiorando. Ma di pentimento nemmeno l’ombra: «È bastato arrivare qui con un prodotto che loro non avevano per avere subito successo». Un successo che, nelle previsioni dell’azienda, la porterà da un fatturato di 10 milioni quest’anno a uno di 30 nel 2015. «Del resto – ricorda Petrucci – i consumi di cosmetici in Brasile crescono a un ritmo del 20% all’anno».

«Anche se la contrazione dei consumi di commodities, di cui il Brasile è grande produttore, è forte e questo influenza la sua crescita, per le aziende italiane che lo affrontano in maniera consapevole questo Paese rimane un mercato reale», conferma Luciano Feletto, presidente della Camera di Commercio italo brasiliana, che infatti per la prossima settimana organizza a Milano un seminario dal titolo «Brasile: crisi od opportunità?».

Simone Lucchini, seconda generazione di proprietari alla Ici Caldaie di Zevio, nel veronese, ha scelto la Russia ormai otto anni fa e da allora rifornisce i costruttori di centrali per il riscaldamento che a loro volta lavorano per i grandi gruppi del gas. «Molti progetti sono in sospeso perché sono venuti meno i finanziamenti e per questo a fine anno cresceremo meno del previsto», ammette. Peccato però che quel “meno” significhi lo stesso un aumento del fatturato del 10 per cento. Qualsiasi imprenditore nell’Italia di oggi metterebbe la firma sotto a questa diminuzione. I russi, tra l’altro, offrono anche un innegabile vantaggio: «I clienti ci pagano tutti cash all’ordine. Per noi sono un importante volano finanziario, in un periodo di restrizione del credito».

Notizie confortanti anche dall’India, dove il rallentamento dell’economia e la volatilità della rupia degli ultimi mesi non hanno avuto un impatto troppo negativo per le nostre imprese, malgrado il calo generale dell’import. «Gli ultimi dati – dice Claudio Maffioletti, general manager della Camera di commercio italiana di Mumbai – ci dicono che nell’aprile-giugno 2013 il totale delle importazioni dall’Italia è leggermente inferiore, rispetto all’anno precedente. E questo a causa della svalutazione della rupia. Le prospettive di crescita del Pil sono state riviste nei giorni scorsi dall’Fmi, che ha ha previsto un aumento nel 2014 al 4,25%, contro le stime del Governo indiano (5,5%.) e a fronte di una media dell’8% tenuta nel periodo 2007-12. Tuttavia, è aumentato l’import nei settori chiave del made in Italy: oltre alla meccanica industriale,, i dati disponibili indicano un trend in crescita per beni di consumo come vino e alimenti, arredo, gioielleria, calzature, cosmetica».

«Eravamo già da anni presenti in India con rapporti di distribuzione – dice Carlo Roncato, Ceo di Artemide Lighting India, branch della celebre azienda di illuminazione – ma a fine 2011 abbiamo costituito una joint venture con il 70% di capitale nostro e il 30% di un socio locale. Abbiamo un struttura totalmente dedicata alla promozione e abbiamo portato qui alcune funzioni strategiche relative alla logistica e all’illuminotecnica. Non sentiamo il rallentamento del Paese: siamo una start up e dunque non abbiamo certo saturato il mercato, ma il fatturato cresce a ritmi del 30-40% annui proprio perché partiva da numeri molto piccoli. E prevediamo che continui così, malgrado le oscillazioni della valuta e il rallentamento economico».

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