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La Francia vuole una politica dei cambi

L’euro è troppo forte e rischia di danneggiare l’economia dell’unione monetaria. È quindi venuto il momento di dotarsi di una politica di cambio che sia in qualche modo al servizio dell’economia.
Alla vigilia del vertice sul budget europeo (domani e venerdì a Bruxelles), ma anche dell’Eurogruppo e del G-20 finanziario (nonché della riunione di domani della Bce), il presidente francese François Hollande ha scelto il Parlamento europeo per il primo, importante discorso sul futuro dell’Unione e dell’Eurozona. E per lanciare un messaggio forte sul tema monetario, uno dei punti che dividono chiaramente Parigi e Berlino.
«L’Europa – ha detto ieri Hollande a Strasburgo – si vanta, giustamente, di essere un grande mercato. Ma lo difende male, di fronte alle concorrenze sleali, e lascia che la propria moneta sia vulnerabile agli andamenti irrazionali, in un senso o nell’altro». Più in un senso (al rialzo) che nell’altro, a dire il vero.
«Dobbiamo riflettere – ha aggiunto il presidente francese – sul posto dell’euro nel mondo, perché non può fluttuare secondo gli umori del mercato. Una zona monetaria deve avere una politica di cambio, se non vuole vedersi imporre una parità che non corrisponde alla situazione reale della sua economia. Non si tratta di assegnare dall’esterno un obiettivo alla Banca centrale, che è indipendente, ma di avviare l’indispensabile riforma del sistema monetario internazionale. Altrimenti ci troviamo nella condizione di chiedere ai Paesi di fare degli sforzi di competitività che sono annullati dalla valorizzazione dell’euro».
Va ricordato che la Bce non ha come missione né il sostegno alla crescita né il livello del tasso di cambio, bensì il controllo dell’inflazione. E che l’intervento di Hollande arriva dopo numerose prese di posizione, in Francia, sul cambio dell’euro: da parte di imprenditori ma anche del ministro dell’Economia Pierre Moscovici.
«Non possiamo – ha detto ancora il presidente – limitarci a constatare l’apprezzamento dell’euro e di volta in volta gioire o dispiacerci. Certo, un tasso di cambio non si fissa per decreto. Ma la zona euro deve darsi un obiettivo di cambio a medio termine che sia compatibile con l’economia reale. Paesi come gli Stati Uniti e la Cina utilizzano anche il cambio a sostegno della crescita, quindi dobbiamo agire a livello internazionale per difendere i nostri interessi».
Il tema è sicuramente di grande attualità dopo le decisioni del Giappone, che si sono tradotte in un forte deprezzamento dello yen (del 10% circa sul dollaro e del 15% circa sull’euro). Mentre secondo l’ultimo indice Big Mac dell’Economist, l’euro sarebbe sopravvalutato dell’11,5% rispetto al dollaro (e lo yuan cinese sottovalutato del 41%).
L’intervento del presidente francese non va certo nella direzione di un miglioramento dei rapporti, negli ultimi tempi piuttosto freddini, con la cancelliera tedesca Angela Merkel. Che questa sera sarà a Parigi per assistere, insieme a Hollande, all’incontro amichevole di calcio tra le due nazionali: un’ulteriore occasione per parlare ovviamente anche di questo e soprattutto di budget Ue.
Da Berlino ieri non sono arrivate reazioni, ma il ministro tedesco dell’Economia Philipp Rösler, in visita nella capitale francese, ha seccamente osservato che «l’obiettivo deve essere quello di rafforzare la competitività, non di indebolire l’euro».
Quanto al bilancio pluriennale della Ue, Hollande – che ha rilanciato gli eurobond e la prospettiva di un budget comune dell’eurozona – ha ribadito la linea francese, contraria a tagli eccessivi: «Fare economie è giusto, indebolire l’economia è sbagliato». Senza risparmiare, pur evitando di citarle, qualche punzecchiatura proprio alla Germania (che dovrebbe fare di più per rilanciare la propria domanda interna) e alla Gran Bretagna («Un Paese non può decidere al posto degli altri 26»).
Un Hollande che è arrivato a Strasburgo ringalluzzito dai successi ottenuti sul fronte interno (l’accordo sulla flessibilità del mercato del lavoro, l’intesa tra Google e gli editori, la fermezza sulla legge dei matrimoni omosex) e internazionale (la guerra in Mali), puntualmente registrati dai sondaggi, che lo danno in forte recupero di popolarità.

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