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La Francia vara una riforma «soft» per le sue banche

La Francia vara la sua riforma bancaria. Facendo in qualche modo da apripista alle iniziative analoghe in fase di decollo in Gran Bretagna (la legge, basata sul rapporto Vickers, dovrebbe essere votata nel 2015 per essere operativa nel 2019), negli Stati Uniti (le “regole Volcker” sono attese per metà 2013) e nell’intera Unione europea (a partire dalla direttiva Liikanen, cui peraltro Parigi si è largamente ispirata). Rispetto agli enfatici proclami del presidente François Hollande in campagna elettorale (sulla finanza diabolica), il provvedimento fa molta attenzione a salvaguardare il modello francese della “banca universale” che ha dimostrato di saper reggere abbastanza bene alla crisi. Mancano ancora molti dettagli, demandati ai futuri regolamenti. E il percorso parlamentare – il progetto di legge arriverà in aula a metà febbraio – sembra destinato a modificare alcuni aspetti delle misure.
Ma si tratta comunque della prima legge di questo genere e il ministro dell’Economia Pierre Moscovici ha sottolineato il significato “politico” di una decisione «che cambierà profondamente e per sempre lo scenario finanziario del Paese».
La prima parte del provvedimento, che dovrebbe diventare operativo nella primavera del 2015, è anche la più emblematica. Stabilisce la separazione tra le attività «speculative e quelle al servizio dell’economia», sia pure con molte deroghe rispetto al progetto iniziale. Le banche dovranno creare una società ad hoc legalmente indipendente per le operazioni sul mercato realizzate per conto proprio. Una parte cioè delle attività che oggi fanno capo alle filiali di investment banking e che Moscovici stima in un 10% dell’attuale business totale degli istituti. Questi ultimi, il cui compito principale sarà quello della gestione dei depositi e del credito, potranno però continuare a essere attivi sul mercato speculativo per conto terzi (cioè con investimenti chiesti e pagati dal cliente), per la copertura dei rischi propri (in particolare relativamente ai tassi), per assicurare un corretto funzionamento del mercato (azionario e obbligazionario) e per la gestione della tesoreria. Le banche francesi interessate sono sostanzialmente due – Bnp Paribas e Société Générale – visto che le altre due ad avere una vera attività di mercato – Crédit Agricole e Bpce – hanno già società specifiche in questo settore.
Gli istituti non potranno più detenere partecipazioni in hedge funds e alcune operazioni saranno vietate: quelle sui derivati legati a materie prime agricole e quelle di trading ad alta frequenza (quello cioè svolto da computer sulla base di specifici algoritmi che consente l’invio anche di migliaia di ordini al secondo). Anche se su sul perimetro di quest’ultimo punto permangono molti interrogativi, che spetterà appunto al dibattito parlamentare e alla successiva regolamentazione definire con chiarezza. Non sarà infatti colpito l’intero trading ad alta frequenza – che nel 2011 ha rappresentato oltre il 60% delle contrattazioni azionarie alla Borsa di Parigi – ma solo quello realizzato dalla banca per conto proprio e con più di un ordine per secondo su un singolo titolo. Si tratterebbe insomma di circa il 12% del totale. La legge rafforza anche il capitolo del controllo. L’authority competente e il nuovo Consiglio di stabilità potranno infatti imporre agli istituti livelli di capitalizzazione e ratio di liquidità superiori a quelli standard, bloccare specifiche operazioni e intervenire direttamente sulla governance delle banche in presenza di rischi di fallimenti dall’impatto sistemico. Verrà infine creato un fondo alimentato dagli istituti – dotato inizialmente di due miliardi, per arrivare a 20 nel 2010 – per far fronte alle temporanee difficoltà di una banca.

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