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La Fondazione valuta l’uscita da Mps

Tra le opzioni sul tavolo della Fondazione Mps c’è anche la vendita dell’intera partecipazione (33,5%) in Banca Monte dei Paschi. Si tratta di uno scenario inedito, neppure ipotizzabile pochi mesi fa, che dà la misura della reale situazione dell’Ente presieduto da Antonella Mansi, la cui priorità, dopo aver preso atto dei numeri ereditati dalla passata gestione e delle scadenze imposte dal mercato, è diventata quella di “portare a casa la pelle”, cioè di mettere in sicurezza la stessa Fondazione.
A mali estremi, estremi rimedi: con 350 milioni d’indebitamento (che pesano per oltre 20 milioni sui conti annuali), le casse pressochè vuote e la quasi totalità del patrimonio concentrata in azioni Montepaschi e messa a garanzia dell’esposizione finanziaria, i vertici dell’Ente di Palazzo Sansedoni stanno valutando ogni possibile via d’uscita. L’obiettivo è la «tutela e la ricostituzione del patrimonio, con un’adeguata diversificazione del rischio», come indica il documento di programmazione strategica pluriennale approvato martedì all’unanimità dalla deputazione generale (organo d’indirizzo) della Fondazione.
I dossier messi a punto dai tecnici sono diversi e vanno dalla prospettiva di un’alleanza con partner finanziari, all’integrazione del Monte in un gruppo bancario più grande; dalla cessione di un pacchetto di titoli Mps (15-20%), fino all’uscita completa dalla compagine azionaria di Rocca Salimbeni. Non è un caso che nel documento di programmazione manchi ogni riferimento al valore strategico della partecipazione in Mps, ma si parli invece della necessità di «scelte coraggiose e lungimiranti».
La priorità, dunque, è salvare la Fondazione. Per centrare l’obiettivo i tempi sono abbastanza stretti. Palazzo Sansedoni deve riuscirci prima dell’aumento di capitale di Banca Mps per 2,5 miliardi, previsto nel 2014, al quale non potrà partecipare per mancanza di mezzi. Con una manovra che di fatto duplica la capitalizzazione di Borsa del titolo (oggi intorno ai 2,8 miliardi), la Fondazione ha tutto l’interesse a valorizzare la propria “minoranza di blocco” (33,5%), senza la quale non è possibile prendere iniziative straordinarie in assemblea Mps, giocando d’anticipo sulla prospettiva certa della diluizione post aumento.
Gli incontri dei vertici della Fondazione con il Governo (ieri Mansi era a Roma per parlare con il ministro Fabrizio Saccomanni) sono il segnale che Siena sta stringendo i tempi per arrivare a una soluzione. Il pacchetto Mps della Fondazione, in questo momento, vale poco meno di un miliardo: basterebbe vendere il 15% della banca per chiudere l’esposizione debitoria e recuperare un po’ di risorse (circa 100 milioni) per la gestione ordinaria dei prossimi anni. Ma se Palazzo Sansedoni mettesse l’intera partecipazione sul piatto, 33,5% appunto, la valutazione del mercato potrebbe anche superare il miliardo riconoscendo un premio al peso specifico e alle prerogative del pacchetto azionario (nomina metà della governance di Rocca Salimbeni). A condizione, naturalmente, di trovare un compratore.
Si tratta di uno scenario difficile da affrontare, perchè scatenerebbe le resistenze locali, ma con prospettive da valutare: una volta chiuso il debito, infatti, nelle casse della Fondazione resterebbero risorse sufficienti (almeno 700 milioni) per programmare un futuro tranquillo, diversificando il rischio e magari ricomprando una partecipazione nello stesso Monte. Nessuno sa a cosa stiano concretamente pensando Mansi e i deputati di Palazzo Sansedoni, che devono scrivere il documento di previsione 2014 entro ottobre e in questo momento hanno scelto la linea del silenzio. Ma sui loro tavoli c’è anche l’opzione più «coraggiosa»: quella di tagliare il cordone ombelicale con il Monte.

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