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«La flessibilità c’è, sbagliato parlare di nuove regole»

Ministro Padoan, sull’ultimo vertice europeo si sono dette e scritte molte sciocchezze. Proviamo a mettere un punto fermo: si è parlato di una possibile flessibilità per l’Italia sui vincoli di bilancio?
Nell’agenda non c’era una discussione sull’Italia. Non avevano motivo di chiederlo i partner europei, e dal nostro punto di vista quel vertice rappresentava il luogo e il momento in cui andare a fare proposte utili per tutta l’Unione. Forti dei nostri conti e delle riforme strutturali avviate e programmate non andiamo con il cappello in mano a chiedere favori o deroghe individuali.

Ma di flessibilità sui parametri, al di là dell’Italia, si è parlato o no?
La questione era certamente sul tavolo.
In che termini? Si può immaginare una modifica delle regole?
Si fa un gran parlare di regole, e in particolare di cambiarle, ma nessuno dice per fare che cosa. Se vogliamo cambiare marcia dobbiamo riempirlo, questo cambiamento. L’Italia mette sul tavolo proposte concrete per fare ripartire e accelerare la crescita. Quando ci saremo messi d’accordo su misure condivise a livello europeo potremo discutere anche delle regole.
Insisto. Secondo il governo italiano servono modifiche alle attuali regole del fiscal compact per ritrovare un percorso di crescita?
Il quadro attuale offre spazi per affrontare una situazione specifica come quella in cui si trova l’Italia, bloccata sul piano finanziario da un debito molto alto e sul piano della crescita dall’assenza di riforme strutturali.
Difficile fare crescita senza investimenti. Sarà possibile sterilizzare ai fini del calcolo del deficit gli investimenti co-finanziati? E magari non solo quelli cofinanziati se servono a creare lavoro?
Non si è ancora discusso in sede europea di misure specifiche. Come dicevo prima, sarà l’esito sul dibattito che abbiamo promosso a dire concretamente che cosa sia più utile per tutti. Il tema è quali riforme strutturali servono per dare un beneficio a tutti i paesi membri.
Possono diventare operativi a breve strumenti come i project bond? È una priorità che l’Italia porrà?
È un tema che portiamo all’attenzione dei partner europei perché siamo convinti che servano infrastrutture europee, progettate e finanziate insieme dagli stati europei. Però è chiaro che i project richiedono progetti. Se ci saranno progetti sono convinto che potranno beneficiare di un sostegno pubblico europeo.
Intanto si moltiplicano le previsioni negative sul Pil italiano. Dopo Confindustria, oggi (ieri per chi legge, ndr) anche l’Istat ha anticipato che la crescita nel secondo trimestre sarà più debole del previsto.
Ho visto molte stime in questi mesi, sia nazionali sia internazionali. Aspettiamo di vedere i dati reali del secondo trimestre. Eppoi ci porremo il problema di aggiornare le stime sull’anno. Di certo la debolezza del Pil in questo inizio del 2014 non è solo italiana, ma europea. E anche negli Stati Uniti non è andata granché.
Il Governo aveva costruito tutte le previsioni sui conti pubblici sulla stima di un Pil allo 0,8%. È chiaro che quella cifra non è più raggiungibile. Non si determineranno dei seri problemi di finanza pubblica?
È chiaro che se il Pil è più debole del previsto ci sono implicazioni per i conti pubblici. Ma, ripeto, aspettiamo stime più attendibili.
Sarà necessaria una manovra correttiva?
No.
Oggi comincia ufficialmente il semestre italiano alla guida dell’Unione europea. Al di là della flessibilità sui conti e delle deroghe al Patto, quali sono le priorità dell’Italia?
Nell’avvicinarci alla presidenza abbiamo già raccolto un risultato in termini di atteggiamento, perché dopo l’enfasi sul consolidamento fiscale e sull’unione bancaria, due risultati conseguiti e da conservare, oggi si mette la crescita in cima all’agenda. Noi pensiamo che per rilanciare una crescita sostenibile nel tempo e capace di creare nuova occupazione dobbiamo lavorare tutti insieme su tre pilastri: riforme strutturali, maggiore integrazione dei mercati, investimenti.
Un’azione su tre fronti, quindi.
Le riforme strutturali migliorano il potenziale economico di ogni paese, con effetti positivi sugli altri. La maggiore integrazione dei mercati favorisce la crescita, ce ne sono le evidenze empiriche, e noi possiamo migliorare sia in ambito europeo che nel contesto del negoziato con gli Stati Uniti sul TTIP (Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti, ndr). Gli investimenti, infine, come dicevamo prima, sono un motore imprescindibile, soprattutto se quelli pubblici fanno da volano a quelli privati.
Se ne parlerà già al prossimo Ecofin?
L’Ecofin dell’8 luglio è la sede in cui avviare un primo confronto. La strategia deve essere condivisa perché per essere efficace dobbiamo adottarla insieme. Non è l’Italia che chiede, è l’Europa che decide insieme un percorso per la crescita. Questa è la nostra impostazione.
Ieri il sottosegretario Delrio rilanciava gli Union bond, proposti a suo tempo da Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio. Può essere una strada?
È una questione complessa, con quel nome si possono indicare molte cose, che meritano una riflessione. Ma si tratta di una questione che non è all’ordine del giorno.
C’è, invece, all’ordine del giorno il tema di quello che la Germania deve fare per contribuire alla crescita europea?
Le riforme in Europa le devono fare tutti, anche la Germania. Nel loro interesse, a partire dal basso livello di competizione nel mercato dei servizi. Ma anche sugli investimenti i tedeschi sono consapevoli della necessità di un rilancio. La Germania e l’Europa intera stanno rimanendo indietro nell’innovazione tecnologica, dobbiamo tutti correre ai ripari, perché il settore manifatturiero non potrà compensare per sempre il deficit nei settori innovativi.
Quando, con riferimento all’Italia, si parla di riforme per ottenere flessibilità sul debito, di quali riforme si tratta? Servono riforme vere, con effetti misurabili…
Serve un pacchetto concepito nel suo insieme, nel quale le riforme economiche e quelle istituzionali si sostengono e rafforzano a vicenda.
Domenica scorsa Il Sole 24 Ore ha proposto una sua agenda di riforme per l’Europa e l’Italia. Condivide quei punti?
Li condivido necessariamente perché coincidono in larga parte con il programma del Governo. Questo dimostra che sulle enunciazioni il consenso è quasi sempre molto ampio, poi però le cose bisogna farle. Insomma, oltre alla strategia, per l’Italia sarà cruciale l’implementazione. In questo senso ho apprezzato in particolare l’editoriale del direttore che chiede «una macchina dello Stato tutta nuova». Del resto abbiamo sempre detto che la riforma della pubblica amministrazione è la riforma che fa funzionare le altre. Se l’amministrazione non lavora bene le riforme non esprimono i loro effetti. Non siamo solo chiamati a scrivere le riforme e ad adottarle per legge. Dobbiamo implementarle fino in fondo.
Intanto il bonus degli 80 euro non sembra, come era prevedibile, produrre quel rimbalzo dei consumi che era stato immaginato…
E chi lo dice? I dati di aprile sul commercio al dettaglio sono incoraggianti, i migliori dal 2011, mentre la fiducia dei consumatori cresce anche se i beneficiari del bonus lo hanno ricevuto per adesso soltanto due volte. Aspettiamo a fare i conti. Quando crescerà la convinzione che la riduzione delle tasse è permanente, aumenterà anche la propensione al consumo.
Ma sarà permanente? Per renderla tale bisogna trovare dieci miliardi con la prossima legge di stabilità.
Questo è l’impegno che abbiamo preso e lo manterremo.

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