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La finitura «cambia» le cessioni Ue

Sono da qualificare come cessioni interne a un Paese Ue (e non come cessioni intracomunitarie), le vendite di beni ceduti in un altro Stato membro dopo essere stati sottoposti a lavorazione, con successiva consegna al cliente finale comunitario stabilito nello stesso Paese in cui è avvenuta la lavorazione. Il principio, espresso dalla Corte di giustizia europea nella sentenza del 2 ottobre 2014 (causa C-446/13) e già desumibile dalla corretta lettura delle norme comunitarie, rileva per molte imprese nazionali .
La lavorazione all’estero
Il caso riguarda i soggetti che, prima di consegnare i beni al cliente comunitario (francese, per esempio), fanno eseguire – per conto proprio e a proprie spese – determinate lavorazioni da parte di un terzista nello stesso Stato del cliente (Francia, appunto). Non è raro che il venditore consideri queste operazioni come cessioni intracomunitarie dall’Italia, fatturandole (erroneamente) in regime di non imponibilità (articolo 41, Dl 331/93).
Tuttavia, come rilevano i giudici europei, un’operazione di questo tipo dovrebbe considerarsi avvenuta nell’altro Stato, cioè nel luogo in cui si trovano i beni nel momento iniziale della spedizione/trasporto a destinazione dell’acquirente (articolo 32, paragrafo 1, direttiva 2006/112). Ciò che conta, infatti, è l’oggetto della fornitura. Se i beni ceduti sono «finiti», e sono proprio quelli che il cedente si è impegnato a vendere al cliente comunitario che si è impegnato ad acquistarli, allora si trovano nel Paese dell’acquirente già «al momento iniziale della spedizione o del trasporto», perché è qui che diventano beni finiti, dopo la lavorazione del terzista. Ecco perché la vendita non viene considerata una cessione intracomunitaria ma una vendita interna, in quanto compiuta nello Stato membro in cui è stabilito l’acquirente, essendo di fatto l’operazione “spezzata” in due: prima, vi è la spedizione dei beni nell’altro Stato Ue a scopo di lavorazione; solo dopo, eseguita la prestazione, si realizza la vendita del bene finito.
Del resto, anche in base alla nozione comunitaria di cessione, «il potere di disporre di un bene materiale come proprietario» (artivolo 14, direttiva 2006/112) non viene trasferito all’atto della spedizione dei beni nell’altro Stato membro a fini di lavorazione, considerato che il cessionario non è (ancora) interessato a tali beni. Egli vuole disporre di quelli finiti, che risulteranno alla fine della prestazione del terzista.
Le ricadute operative
Occorre impostare correttamente l’operazione fin dalla fase di invio dei beni nell’altro Paese comunitario. Poiché i beni non rientreranno in Italia (essendo già destinati alla successiva consegna al cliente cui sono stati venduti), il fornitore dovrebbe considerarli come “trasferiti” a se stesso nello Stato della lavorazione. In questi casi, il venditore dovrebbe assumere una posizione Iva (rappresentante fiscale/identificazione diretta), per regolarizzare in questo Stato l’acquisto intracomunitario assimilato dall’Italia, così come previsto dall’articolo 17, paragrafo 2, lettera f) della direttiva 2006/112 e poi confermato dalla giustizia europea (cause C-606/12 e C-607/12).
Quanto alla successiva vendita interna dei beni all’acquirente, il fornitore è tenuto a verificare quali siano le regole vigenti nell’altro Stato membro. In particolare, dovrà accertarsi se sia applicabile o meno il reverse charge:
in caso affermativo, dovrebbe emettere fattura senza applicare l’imposta, riportando sul documento l’annotazione “inversione contabile” (articolo 21, comma 6 bis, lettera a), Dpr 633/72), trattandosi di operazione extraterritoriale dal punto di vista nazionale. In questo modo, sarà il cessionario a integrare la fattura ricevuta, applicando l’Iva locale per l’operazione rilevante nel proprio Stato;
se il reverse charge non è applicabile, dovrebbe essere emessa fattura applicando l’Iva di questo Stato attraverso la posizione aperta nell’altro Paese.

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