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La fine delle fake news? Pagheranno facebook & co.

L’Europa ha battuto il ritmo. Ma ora anche gli Stati Uniti sono sempre più preoccupati del potere accumulato negli anni dai giganti del web. La settimana scorsa si è avuta notizia che dopo l’inchiesta della Federal Trade Commission del 2013, a entrare in campo è direttamente il reparto del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. L’ufficio guidato da Makan Delrahim starebbe preparando un’indagine sul potere di mercato di Google. Atto significativo perché lo stesso Delrahim, di fede repubblicana e a suo tempo lobbista proprio per la casa di Mountain View, ha sempre ritenuto esagerati i timori di chi riteneva i titani del web troppo grandi. Non è un mistero che Facebook stia rischiando una multa tra i 3 e i 5 miliardi di dollari per il caso di Cambridge Analytica. Ed è quest’ultima vicenda che rischia di essere sottovalutato dai big della tecnologia.

Fare in modo che ci siano leggi antitrust adatte al 21esimo secolo non è semplice. Ma ci si arriverà prima o poi. I problemi sorgono quando grandi gruppi o aziende iniziano a far inceppare i meccanismi di funzionamento degli Stati. Se poi a essere inceppato è il meccanismo principale alla base delle democrazie e cioè la formazione dell’opinione pubblica e quindi il voto, l’intervento della politica a quel punto può diventare molto duro. Se non altro per impedire quello che in una democrazia si teme di più: la manipolazione degli elettori. Tanto più se questo avviene attraverso il fenomeno delle fake news.

«Colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare»: Niccolò Machiavelli ci dà una delle sue lezioni di realismo valida anche per le fake news di oggi. In realtà, non di oggi: il nome è nuovo, ma il fenomeno è storico: dalla «donazione di Costantino» ai «protocolli dei Savi di Sion», all’incendio del Reichstag ad opera dei comunisti… Ed è un fenomeno che fa perno con tanto maggior successo quanto più i «messaggi» parlano alla pancia, alle paure, alle superstizioni, all’odio. Hitler, che di manipolazione delle masse si intendeva, scrisse che quanto più una bugia è grande, tanto più verrà creduta. Ed è innegabile che il fenomeno sia ingigantito, oggi, da una comunicazione «digitale» e da social network che da un lato concentrano in poche «mani giganti» il controllo (raccolta e diffusione di informazioni e dati), dall’altro convertono in «oro pubblicitario» i dati personali ( e i derivati «profili»), raccolti grazie all’amo dell’accesso «gratis» alle varie «app». Tanto più che per lo stesso fine, accolgono e fanno circolare una enorme mole di opinioni lanciate in rete da una massa anonima spessissimo priva di base razionale.

Manipolazioni

Che le fake news siano sempre esistite non deve costituire un alibi per i colossi dell’hi-tech: i quali, guarda caso, sottovalutano il fatto che si potrebbe ridurle fortemente, all’insegna di elementari principi etici, e con l’ausilio di mezzi tecnici. Che esistono e vanno quindi attivati subito. Anzi, con ancor più urgenza, a fronte della sinistra «evoluzione» che ha portato alle «deep fakes»: le manipolazioni dell’immagine e della voce di personaggi autorevoli per attribuire loro atti e opinioni assolutamente inventate. È appena successo con Nancy Pelosi, la presidente dei Democratici alla Camera dei deputati Usa, che ha accusato Facebook di mentire ai cittadini perché il social network si era rifiutato di togliere un video che era stato manipolato per dare l’impressione che lei biascicasse. Un esempio di cattiva volontà?

Verifiche

Di sicuro la possibilità di intervento per dare scacco alle fake c’è. Bastano tre mosse.

La prima (un corollario dell’etica della responsabilità), è l’identificazione di chi posta. La nostra casa, il nostro pc non possono essere il porto franco per mandare impunemente, protetti da anonimato o falsi nomi, sfuggendo ad ogni responsabilità, ogni genere di fandonie, insulti, istigazioni. Che differenza di regole può giustificarsi rispetto al regime della stampa, sempre soggetta, come è giusto, a responsabilità ben identificate? La seconda mossa (un corollario del dovere morale di non dire il falso) è quella di attivarsi per verificare quanto affermato. È il cosidetto fact checking, che già qualche piattaforma attua, o dice di attuare, per non rischiare pur improbabili guai giudiziari o amministrativi, e soprattutto «antipatie sociali». Ma qui bisogna intendersi: non esiste né si deve cercare un qualsiasi «tribunale della verità» . Si deve semplicemente bandire ciò che non è seriamente dimostrato e la dimostrazione incombe a chi dice. In altre parole, la «verità» da verificare va intesa a stregua di serietà argomentativa, tranne eccezioni assurde, come «la terra è piatta».

Sarebbe poi necessaria una terza mossa , figlia della cultura e dell’etica illuminista: valorizzare il confronto fra idee, posizioni ed opinioni diverse: postulato per giungere a «pensare con la propria testa». Motori di ricerca e social network dovrebbero proporre informazioni e orientamenti in modo dialettico: alla affermazione X far seguire una opposta o comunque diversa. Lo si può fare adottando algoritmi «socratici» — già lo fa il motore di ricerca inglese Socrates — che consentano, ad esempio, di mettere in rete immediatamente dopo una opinione no vax la contraria posizione dell’Istituto superiore di Sanità: senza aspettare che la prima venga validata da centinaia di like che relegano la seconda fuori del radar dell’attenzione degli utenti della rete.

Verrebbe tuttavia meno (e sarebbe bene!) il principio ai quali i big del tech sono strenuamente attaccati e cioè quello di essere solo piattaforme di distribuzione non responsabili per ciò che fanno circolare. Ed è l’ultima cosa cui vorrebbero rinunciare. Con un rischio evidente che le indagini che dall’Europa si stanno estendendo all’America abbiano un esito tale da mettere in discussione la forma attuale dei colossi. Negli anni Ottanta ne fece le spese l’At&t spezzata in tre tronconi. D’accordo che nel frattempo corrono i profitti e da bravi monopolisti, ognuno nel suo campo preferisce correre il rischio.Ma finché si tratta di multe si possono sempre mettere a bilancio, come fatto da Google, tra i costi operativi. Questa volta però il gioco si potrebbe fare ben più pesante.

Gustavo Ghidini e Daniele Manca

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