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La Finanziaria di Tria Taglio agli sconti fiscali e deficit sotto l’1,8%

Rapporto deficit/Pil sotto l’1,8%, clausole Iva da disinnescare tagliando le cosiddette “tax expenditures”, ossia benefici e agevolazioni fiscali, dirottare gli 80 euro di Renzi su quella che Salvini chiama flat tax.
La prossima legge di Bilancio che il governo dovrà presentare entro il 30 settembre, non è un recipiente da riempire. Almeno per il Ministero dell’Economia, è già pieno. Nonostante le promesse e la propaganda che Lega e M5S stanno imbastendo in vista dell’autunno, che rischia di diventare sempre più caldo. Si tratta di un recipiente già colmo perché gli impegni presi dal governo per evitare in extremis la procedura d’infrazione con l’Unione europea costituiscono un vincolo piuttosto stringente. Obbligazioni assunte in particolare nelle lettere firmate il mese scorso dal premier Conte e dal ministro dell’Economia Tria. Nell’ultima missiva, ad esempio, si leggeva: l’Italia garantisce per il 2020 «ampia adesione al patto di stabilità e crescita». Il commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici, sintetizzava negli stessi giorni: Roma ha assicurato «un aggiustamento strutturale significativo nel 2020».
Appunto, «aggiustamento strutturale ». Intorno a queste due parole il titolare del Tesoro sta costruendo la prossima Finanziaria. O forse è meglio definirla la proposta di Finanziaria. Che poi i partiti di maggioranza dovranno accettare o respingere. In quest’ultimo caso, creando un ennesimo scontro con l’Ue. E, come avvertono da quache giorno gli esponenti più responsabili dell’esecutivo, «stavolta a Bruxelles saranno più rigidi con noi. Non ce la faranno passare». La Commissione europea, infatti, ha sostanzialmente chiesto al nostro Paese di ridurre il saldo strutturale dello 0,6%. Una richiesta che probabilmente dopo le consuete trattative settembrine potrà scendere allo 0,1-0,2%. Ma nonostante questo sconto, il risultato sarà che il famigerato rapporto deficit/Pil nel migliore dei casi dovrà attestarsi ben al di sotto del l’1,8%. Lontano dal 2,1% fissato nell’ultimo Def.
Queste sono solo cifre. Il problema dirompente per la maggioranza gialloverde è che comportano conseguenze concrete. Ossia che larga parte dei “sogni” avanzati da Salvini e Di Maio sono irrealizzabili. Il primo mattone della legge di Bilancio, infatti, è composto dalle clausole Iva. A dicembre scorso l’esecutivo Conte le ha fissate a 23 miliardi. Entro dicembre, quindi, vanno trovati questi soldi oppure dal primo gennaio aumenta l’Iva. L’idea di Tria è di scovare queste risorse nel ginepraio delle “tax expenditures”, le agevolazioni e i benefici fiscali. Ma non è un intervento indolore. Di fatto è un aumento delle tasse: i contribuenti pagheranno di più. Per fare un esempio, uno dei capitoli più sostanziosi delle “tax expenditures” si concentra su benifici per la prima casa (oltre dieci miliardi). Il secondo sulle spese sanitarie. Capitoli, insomma, con un impatto politico- elettorale immenso.
Anche se si riuscisse a risolvere questo problema, rintracciando nelle pieghe delle agevolazioni fiscali i 23 miliardi, per rispettare gli impegni minimi con Bruxelles non ci sarebbero però ulteriori spazi di manovra. Non a caso, nelle simulazioni in corso al ministero dell’Economia – nel tentativo di esaudire i desideri della Lega sulla flat tax, o meglio su una iniziale riduzione delle aliquote Irpef senza arrivare alla “tassa piatta” – si sta verificando se sia possibile dirottare gli 80 euro di Renzi proprio a finanziare i progetti salviniani. La misura introdotta dall’ex premier Dem, infatti, costa circa 9 miliardi. Aggiungendo qualche risparmio il Tesoro spera di arrivare a 12 miliardi, per evitare che il taglio fiscale sia solo una partita di giro. Tutto il resto è al momento “out”. Compresi i quattro miliardi che i 5 Stelle reclamano per sforbiciare il cuneo fiscale e rendere più pesanti le buste paga o alleggerire il costo del lavoro degli imprenditori. A meno che non si aumenti il deficit provocando lo scontro finale con Bruxelles o si lasci salire l’Iva, magari in modo selettivo. Un quadro, dunque, ben meno promettente di quello descritto alternativamente da Salvini e da Di Maio. E che si sta sempre più configurando come una bomba pronta a esplodere sotto le poltrone di questa maggioranza.Anche perchè il tutto può essere complicato da un altro fattore: la mancata crescita del Pil. Secondo le ulltime previsioni del governo, quest’anno l’aumento dovrebbe essere dello 0,2%. Una stima diventata ormai ottimistica. Compensabile da un teorico risparmio sulla spesa per interessi sui titoli di Stato. Ma se il Pil scendesse sotto zero, i numeri del Tesoro e di Palazzo Chigi andrebbero rivisti. Come andrà rivista la previsione di crescita per il prossimo anno fissata allo 0,8%. Un obiettivo su cui tutti gli organismi internazionali non scommettono più da tempo. La guerra nel governo e nella maggioranza è appena iniziata.
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