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La Finanziaria leghista “Deficit sopra il 2% e via gli ottanta euro”

«Stiamo lavorando soprattutto sul cuneo fiscale e contributivo: stiamo cercando di reperire le risorse per finanziare gli interventi perché parliamo di una riforma fiscale strutturale che non si può basare sul deficit». La dichiarazione del ministro dell’Economia Giovanni Tria basta per far irritare Matteo Salvini, che ha in corso il suo secondo vertice – parallelo a quello del premier Conte – con le parti sociali. Tanto più che il titolare del Tesoro spiega che il suo obiettivo è «ridurre l’Irpef sui ceti medi»; insomma no flat tax.
Così Salvini si scatena: «La mia linea è evidentemente diversa da quella di Tria: è impensabile fare una manovra a costo zero a meno che non sei Mago Merlino, chiunque faccia il gioco delle tre carte non fa parte del nostro progetto». Il capo del Carroccio aggiunge che non vuole l’aumento dell’Iva ed anche contrario al salario minimo grillino. Ma il punto è il rapporto deficit- Pil del prossimo anno: «Il deficit non può stare sotto il 2%».
Dunque più deficit per fare spese e tagliare tasse: perché l’ultimo Def dell’aprile scorso fissa il rapporto deficit-Pil per il 2020 al 2,1%, ma la manovra di assestamento di bilancio di luglio ha un effetto di 0,3 punti di riduzione del deficit del prossimo anno, tant’è che l’Upb, autorità sui conti pubblici, nel suo ultimo rapporto già calcola il rapporto tendenziale, cioè senza toccare niente, all’1,7% per il 2020. Scrivere 1,8% nella prossima Nota di aggiornamento dal Def di settembre è un atto automatico. A meno che non si voglia forzare – come tenta Salvini – ed entrare ancora una volta in frizione con l’Europa. Bisogna tuttavia ricordare che in ballo c’è la richiesta della flessibilità per maggior deficit: quest’anno, nonostante la guerra con Bruxelles, alla fine è stata concessa (godiamo di uno 0,18% di Pil per ponte Morandi e dissesto idrogeologico) mentre per il prossimo già abbiamo avanzato una richiesta dello 0,2% (3,6 miliardi): naturalmente se alziamo il deficit c’è il rischio di trovare la strada chiusa. Nell’elenco delle promesse di Salvini anche «il taglio della Tasi che vale circa un miliardo», da coprire con «il recupero dell’evasione dell’Imu».
Nella bagarre Tria tifa per la riduzione fiscale e un calo dell’Irpef per i ceti medi: visto che il Pil è a zero per colpa di esportazioni e consumi, bisogna dare un po’ alle imprese e un po’ ai lavoratori. La parte cuneo è già stata annunciata dai grillini: 4 miliardi per la parte di contributi che le aziende pagano sulla Naspi in busta paga. L’altra parte è oggetto del lavoro dei tecnici di Tria che nelle ultime ore hanno riaperto il dossier 4 aliquote: l’obiettivo è quello di accorpare, al 36%, gli scaglioni da 28 a 55 mila euro dove si paga il 38% e quello tra 55 mila e 75 mila euro dove si paga il 41%. La platea di ceto medio investita dall’operazione è di 9 milioni di soggetti e il costo di 4 miliardi.
Sotto questo livello c’è la fascia degli 80 euro, cioè tra gli 8.000 e i 26 mila euro di reddito: qui tuttavia il viceministro Garavaglia ieri ha ripetuto che intende abolire il bonus- Renzi e cambiare la formula dell’erogazione trasformandola in una decontribuzione o detrazione. Ci rimetterebbero i più poveri, mentre mantenendo gli 80 euro, visto che sotto c’è il reddito di cittadinanza, lo spettro distributivo sarebbe più o meno completo e si sarebbe evitato il rischio della flat tax destinata solo ai ricchi.
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