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La finanza «re-Occupy» Wall Street

Il barometro degli umori di Wall Street è da oltre 100 anni il Dow Jones industrial average, l’indice di Borsa più famoso al mondo. Le 30 aziende che lo compongono — chiamate blue chip perché sono le più «pesanti» nei portafogli degli investitori e sull’economia americana — raramente vengono cambiate. Succederà il 20 settembre con la cancellazione di ben tre componenti — Alcoa, Hewlett-Packard e Bank of America — e la loro sostituzione con Nike, Visa e Goldman Sachs. Una rivoluzione — la più radicale negli ultimi dieci anni — che può lasciare sconcertati molti piccoli investitori i cui risparmi sono stati bruciati dalla crisi finanziaria scoppiata nel 2008.
La banca d’affari guidata da Lloyd Blankfein è stata infatti accusata di essere una dei responsabili di quella crisi per aver creato una serie di operazioni ultra-complesse — basate sui mutui subprime (ad alto rischio di non essere ripagati) — e averle vendute ai clienti mentre allo stesso tempo scommetteva sul loro fallimento.
Pesante eredità
«Un affare di m…», commentava un trader della stessa Goldman Sachs a proposito di una di quelle operazioni (un Cdo,collateralized-debt obligation), come ha rivelato un’inchiesta del parlamento statunitense sulle cause del crac di cinque anni fa. Durante le audizioni a Washington Blankfein era stato messo alla berlina come epitome dell’avidità di Wall Street, ma non solo è sopravvissuto continuando a incassare ricchi bonus e pagando solo una multa di 550 milioni di dollari, noccioline rispetto ai miliardi di dollari di profitti realizzati; può anche vantarsi oggi dell’ingresso di Goldman Sachs nell’esclusivo club del Dow Jones.
L’effetto sull’indice è aumentare il peso del settore finanziario, che finora rappresentava solo l’11% del totale, mentre pesa per il 15% sull’indice S&P500. Per il modo in cui il Djia è calcolato — come somma dei prezzi delle azioni diviso il numero delle azioni — le azioni di Goldman Sachs quotate attorno ai 163 dollari valgono infatti 11 volte quelle di BofA, quotate solo 14,5 dollari, una proporzione che rispecchia l’andamento opposto delle due banche in questi cinque anni: la prima si è rivalutata del 22% mentre la seconda (presente nel Djia solo dal febbraio 2008) ha perso il 45% della sua capitalizzazione di Borsa.
Più finanza
Il peso della finanza sul Dow aumenta anche per l’ingresso della società emittente di carte di credito Visa, mentre cala quello della tecnologia con la defenestrazione della stella cadente Hp, l’ex numero numero al mondo nei personal computer, che faceva parte dell’indice da 16 anni. Ancora una volta infatti sono andate deluse le aspettative di chi crede che Apple, l’inventore dell’iPhone e iPad, debba entrare nel Djia: cosa impossibile però, finché non cambia il criterio stesso del suo calcolo, perché il prezzo di 472 dollari delle azioni Apple — oltre il doppio di Ibm (190), la più cara delle 30 blue chip — farebbe saltare tutti gli equilibri del paniere.
Il comitato di analisti e giornalisti del Wall Street Journal che decidono quali sono le 30 aziende più rappresentative del mercato azionario Usa, ha scelto invece un altro marchio molto famoso al largo pubblico: l’azienda di scarpe e abbigliamento sportivo Nike, che sostituisce il produttore di alluminio Alcoa, veterano dell’indice dal 1959.
Il cambiamento non avrà un impatto immediato sul livello del Dow Jones, che è in rialzo di oltre il 16% da inizio anno, poco sotto il suo massimo storico di 15.658 punti toccato lo scorso 2 agosto. Sul futuro del Djia e di tutta la Borsa americana continua ad avere una grande importanza la politica monetaria della Federal reserve, la banca centrale Usa: dalla sua riunione del 17 e 18 settembre si dovrebbe capire se inizierà a diminuire lo stimolo che ha alimentato gran parte del rallypost-crac.

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