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La finanza ombra vale 52mila miliardi di dollari

Cambia il nome, ma non cessa di aumentare la sua dimensione nel mondo globale della finanza e non muta l’apprensione delle autorità regolamentari nei suoi confronti. Lo «shadow banking» è stato ufficialmente ribattezzato «intermediazione finanziaria non bancaria» non più di tre mesi fa dal Financial Stability Board (Fsb), che però continua a tenere d’occhio le evoluzioni di un fenomeno che vale ormai 52mila miliardi di dollari, il 14% degli asset finanziari globali, e i potenziali rischi che questo può comportare per la stabilità del sistema.
L’attenzione del rapporto pubblicato ieri dall’Fsb, i cui dati fanno il punto della situazione a fine 2017, si rivolge in particolare all’universo degli «Altri intermediari finanziari». Chi svolge un’attività bancaria, ma al tempo stesso non è una Banca centrale, un istituto di credito privato, un’istituzione pubblica, una compagnia assicurativa o un fondo pensione, è in grado ormai di manovrare oltre 116mila dei 382mila miliardi di dollari del sistema finanziario: una quota pari al 30,5%, la più alta mai registrata, anche se la sua crescita è inferiore al quinquennio precedente.
Non tutta questa mole di denaro intermediato rientra a pieno titolo sotto l’ombrello della finanza «ombra»: l’Fsb utilizza infatti una misura più ristretta, costituita per lo più da veicoli di investimento collettivo, che vale appunto 51,6 trilioni e che cresce a un ritmo superiore (8,5% contro 5,3%) rispetto agli asset del sistema creditizio globale. A trascinare l’intermediazione finanziaria tipicamente non bancaria, avverte l’Fsb, sono però soprattutto la Cina e paradisi fiscali quali Isole Cayman, Irlanda e Lussemburgo: Paesi che insieme raccolgono i due terzi dell’incremento registrato dal 2011 in poi.
Un motivo in più per tenere d’occhio questo fenomeno, che ormai non si può più definire una novità. «I soggetti non-bancari stanno diventando attori importanti nelle aree in cui gli istituti di credito tradizionalmente hanno svolto ruoli dominanti», ammette Klaas Knot, presidente del Comitato permanente per la valutazione delle vulnerabilità dell’Fsb, sottolineando che «le autorità devono rimanere vigili nell’affrontare i rischi di stabilità finanziaria che emergono dai finanziamenti non bancari attraverso una maggiore raccolta di dati, una migliore analisi del rischio e l’attuazione di adeguate misure politiche».
Il pericolo, ribadito da Randal K. Quarles, presidente dell’Fsb, è che lo shadow banking possa «avere effetti sulla stabilità finanziaria in modo diretto o attraverso i collegamenti con il sistema bancario» nel momento in cui «implica una trasformazione delle scadenze o della liquidità o include una leva finanziaria». Un modo politicamente corretto per confermare ciò che da tempo è il principale timore di molti economisti: il vero rischio sistemico oggi è nel sistema «ombra» e non nelle banche tradizionali.

Maximilian Cellino

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