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La Finanza nella Popolare di Vicenza «Nascosto un passivo di 974 milioni»

Un passivo da 974 milioni di euro omesso nei bilanci e quindi nascosto agli organi di vigilanza. Operazioni di finanziamento concesse senza merito creditizio a soggetti disponibili a sottoscrivere in cambio l’acquisto di azioni che la banca si sarebbe poi impegnata a ricomprare, ma che intanto hanno perso in un anno più del 25 per cento di valore. Sono questi i filoni principali dell’inchiesta che coinvolge gli attuali vertici della Popolare di Vicenza. E provoca l’ennesimo terremoto nel settore dopo le altre indagini avviate sulle Popolari nei mesi scorsi. I manager sono tutti indagati per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza «per aver commesso delitti consistiti nell’esercizio dell’attività bancaria nonostante il difetto dei coefficienti patrimoniali prudenziali e senza il compimento di iniziative idonee al loro recupero».
Le perquisizioni
Ieri mattina la procura cittadina ha spedito gli investigatori della Guardia di Finanza a perquisire negli uffici e negli appartamenti del presidente Gianni Zonin, noto anche per essere il patron delle industrie vinicole che portano il marchio di famiglia, dell’ex direttore generale dimissionario Samuele Sorato, dei consiglieri di amministrazione Giuseppe Zigliotto e Giovanna Maria Dossena, del responsabile della divisione Finanza Andrea Piazzetta e del suo collega della divisione Mercati Emanuele Giustini. Ma anche nelle sedi di quelle società inserite nella rete che ha consentito all’Istituto di utilizzare fondi, compresi quelli a Malta e in Lussemburgo.
Le ispezioni
Le indagini partono da una denuncia dell’associazione consumatori Adusbef, ma prendono corpo dopo le ispezioni condotte dalla Consob e dalla Bce che contestano la regolarità dei contratti per la raccolta del denaro necessario all’aumento di capitale da 600 milioni di euro deliberato nell’estate del 2014. Sono le verifiche affidate agli specialisti del Nucleo valutario guidato dal generale Giuseppe Bottillo e alla Tributaria coordinata dal generale Bruno Buratti a delineare che cosa sia davvero accaduto tra il 2012 e il 2014, quando le perdite sono diventate una voragine e i manager avrebbero tentato di correre ai ripari avallando interventi che il magistrato ritiene illeciti per tentare di far rientrare i capitali e poi di occultarli nei documenti ufficiali.
I finanziamenti
Scrive il pubblico ministero Luigi Salvadori nell’ordine di perquisizione: «Gli indagati hanno diffuso notizie false e hanno posto in essere altri artifici idonei a incidere in modo significativo sull’affidamento riposto dal pubblico nella stabilità patrimoniale della Banca. In particolare hanno concesso numerosi finanziamenti a favore di soggetti in difetto dei presupposti e in violazione della procedura deliberativa finalizzati all’acquisto sul mercato secondario di azioni della Banca per un controvalore non inferiore a 223 milioni di euro e in occasione dell’aumento di capitale del 2013 e 2014 per un controvalore di circa 136 e 146 milioni di euro. Ma hanno anche assunto, per conto della banca, l’impegno a favore di numerosi soci di riacquisto delle azioni per un controvalore di 300 milioni di euro». E, soprattutto, «hanno omesso di iscrivere al passivo dei bilanci sociali 2012, 2013 e 2014 una riserva indisponibile pari all’importo complessivo delle operazioni di finanziamento finalizzate all’acquisto e alla sottoscrizione di azioni per un importo di circa 974 milioni di euro». E lo hanno fatto utilizzando in particolare tre fondi di investimento — Athena, Optimum 1 e 2 — con trasferimenti di soldi fatti passare da Malta e Lussemburgo.
Omissioni e bugie
I vertici dell’istituto sono accusati di aver «occultato» questi finanziamenti durante l’attività ispettiva della Banca d’Italia e «nelle segnalazioni periodiche trasmesse a Palazzo Koch indicavano un ammontare del patrimonio di vigilanza superiore a quello reale» e in questo modo «determinavano in modo consapevole un concreto ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza di Bankitalia alla quale veniva impedita di fatto l’adozione di opportune misure correttive di carattere organizzativo e patrimoniale volte a garantire il recupero del rispetto da parte della Popolare di Vicenza dei requisiti patrimoniali di vigilanza prudenziale». Quali fossero le conseguenze di quanto accaduto si è capito a fine agosto, quando la banca, al momento di approvare la semestrale, è stata costretta a rettificare il valore dei crediti in bilancio per 703 milioni di euro perché deteriorati, quindi ammettendo il rischio relativo al rientro dei capitali. Non solo. Dopo l’ispezione della Banca centrale europea, sono stati congelati, e dunque tolti dal bilancio, i 975 milioni di euro relativi a finanziamenti che sarebbero stati concessi ai clienti per acquistare le proprie azioni.

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