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La finanza malata scuote i mercati

«Il volto inaccettabile del capitalismo» aveva i capelli d’argento e la mascella squadrata di Tiny Rowlands, signore di Lonrho, conglomerato che spaziava dalle miniere in Rhodesia fino al grande magazzino Harrods passando per una testata oggi liberal come l’Observer. «Il volto inaccettabile del banking», ha i lineamenti netti e l’eterno sorriso di Bob Diamond, 60 anni, ceo di Barclays, la banca salvata dal credit crunch grazie all’acrobatico intervento di investitori arabi giunti un attimo prima che toccasse allo Stato staccare il solito assegno. L’acida battuta di Lord Mandelson contro Bob Diamond echeggia quella, storica, che l’ex premier Edward Heath rivolse negli anni Settanta al tycoon in bilico fra Africa e Inghilterra.
Altri tempi, simili dinamiche. Londra è ancora, saldamente, alla tesa del resto del mondo, negli eccessi di spavalderia oltre i limiti del lecito. E se ieri erano conglomerati di dubbia origine, oggi sono banche afflitte da garibaldine presenze. «Hey big boy, ti devo una bottiglia di champagne…!». La battuta che un trader di Barclays ha gettato fra le gambe del suo collega chiamato a fissare gli indici Libor (il tasso che regola i prestiti fra le banche, ma detta anche quello sui mutui di milioni di contribuenti) potrebbe essere un simpatico siparietto se non avesse contribuito a manipolare una fetta dei 350mila miliardi di dollari di prodotti finanziari regolati da London interbank offered rate. Parole pronunciate con il duplice obiettivo di salvare la reputazione della banca e il book del trader che evitava il rischio di restare scoperto. E magari su quel margine maturato fittiziamente consolidava anche una fetta del suo bonus personale. Ci penserà l’inchiesta parlamentare e forse anche quella penale a svelare i dettagli.
Le chiacchiere sul Libor massaggiato ad arte s’accavallano dal 2007, ma abbiamo dovuto attendere il 2012 per vedere esplodere uno scandalo che ha travolto il presidente della banca Marcus Agius e minaccia anche Bob Diamond. Da allora, quando la Commodity futures trading commission annusò odore di bruciato, ad oggi, non solo sono passati cinque anni, ma anche uno tsunami sul mondo finanziario che si sperava avesse indotto a mutare i comportamenti. La storia di Barclays ci dice una volta di più che non è così. Anzi la storia del Libor visto che le banche potenzialmente coinvolte sono una ventina, da Londra a New York fino a Zurigo e Tokio.
Ma basta guardare i titoli dei giornali per leggere in rapida successione storie che si ripetono. Da quelle di Fred il dissipatore, ovvero sir Alfred Goodwin, il ceo che portò Royal Bank of Scotland al Tesoro di Sua Maestà oggi legittimo possessore di quel che resta di una banca, a quelle di oggi. Chasing Alpha, la caccia al massimo profitto magistralmente narrata da Philip Augar, banker pentito, resta sempre l’obiettivo ultimo, anche a costo di inaccettabili manipolazioni dei mercati. Prima di Lehman e dopo Lehman. Nei comportamenti delle grandi banche che spesso sono dettati da piccoli banchieri. O almeno così si vuol far credere. Chi è nella storia del credito the London Whale, al secolo Bruno Iksil, trader francese soprannominato la Balena di Londra per l’enorme esposizione sui derivati? Nessuno, eppure s’è giocato circa 9 miliardi di dollari di JP Morgan, se le indiscrezioni saranno confermate dai fatti. E chi è Kweku Adoboli trentunenne, ambiziosetto oltre il lecito, trader di Ubs? Conta molto meno di Iksil, ma s’è giocato 2 miliardi, ancora una volta su contratti derivati, facendo saltare il banco di un istituto che oggi ha cambiato tutta la squadra di vertice. E prima di loro? Non possiamo dimenticare SocGen e le magie di Jerome Kerviel che hanno volatilizzato 5 miliardi circa di euro. Fattucchiere del terzo millennio, con soldi (spesso) nostri. Abili talvolta anche nell’incantare gli inquirenti. Kweku Adoboli e Jerome Kerviel hanno conosciuto la galera, ma nel caso Libor fino ad ora è stato detto che «non è possibile individuare responsabili diretti». Li cercano e forse li troveranno, a guidare la caccia è lo stesso Bob Diamond che così si sfila dal ruolo di responsabile ultimo. Inchieste interne a Barclays, Lloyds, Rbs dovranno svelare se ci siano responsabilità in altri due scandali, considerati minori: polizze assicurative piazzate a clienti privati e a Pmi. In entrambi i casi prodotti di fatto inesigibili, affibbiati per incompetenza o, più probabilmente, per eccessi di avidità.
Le storie di malafinanza, figlie di regole lasse nell’approccio dei regolatori, sono molto british. Non solo british. London Whale non avrebbe potuto fare quello che ha fatto se il desk americano non avesse chiuso un occhio. Insider trading, si narra nella City, era il bonus che i banchieri si davano quando il bonus – e la legge – non esisteva, ma Raj Rajaratnam fondatore dell’hedge fund Galleon ha pensato bene di continuare a darselo. Fino a quando, dopo aver accumulato 53,8 milioni di dollari illecitamente sfruttando informazioni riservate per investire in Borsa, Rajaratnam è stato condannato a 11 anni di reclusione. L’accusa, messa nero su bianco l’ottobre scorso, è appunto di insider trading.
Ma di scandali sempre uguali, che ogni volta producono nuove regole e nuovi modi per aggirarle, se ne trovano a centinaia negli anni. La madre di tutte le inchieste fu, tra la fine degli anni ’90 e i primi del nuovo millennio, quella condotta a New York dalla Procura e dalla Sec di Arthur Levitt. Erano i tempi del boom della Borsa, quando qualunque società si quotasse a Wall Street veniva accolta con rialzi eclatanti. L’inchiesta scoprì che molte banche d’affari assegnavano le azioni “d’oro”, prima del loro sbarco in Borsa, ai clienti che pagavano extra-commissioni. Insomma: chi pagava una sorta di “pizzo”, sapeva di avere una priorità quando le banche d’affari decidevano a chi assegnare le azioni pronte a sbarcare a Wall Street. L’inchiesta coinvolse tutte le maggiori banche, molte delle quali chiusero le vertenze con transazioni milionarie.
Ma l’inchiesta scoprì anche altro: che molte grandi società, tra cui la Worldcom di Bernie Ebbers, “barattavano” con le stesse banche d’affari generosi contratti in cambio di rating compiacenti sui loro titoli. Se una banca consigliava ai clienti di comprare le azioni di una società, questa era insomma disposta poi ad assicurare alla stessa banca d’affari contratti d’oro di consulenza. Un “baratto” che in fondo ricorda, pur con altre dinamiche, quello più recente che ha assicurato a molte banche d’affari dei rating compiacenti quando emettevano le obbligazioni sui mutui Usa. Cambiano i tempi, cambiano le bolle speculative, ma non le manipolazioni. E neppure i soggetti. «Il volto inaccettabile del banking» resta sempre lì: in Borsa.

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