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La fiducia ritrovata dopo la grande crisi ora cerca conferme

Le brutte notizie sono più dirompenti, quelle belle arrivano piano piano e hanno bisogno di continue conferme. Succede nella vita, ma anche nell’economia. Così dopo anni di profondo rosso gli indici di fiducia che misurano l’umore di consumatori e imprese nei big dell’Eurozona nel 2017 hanno rialzato la testa. Poi, però, l’ultima istantanea di quest’anno ha mostrato un leggero arretramento, anche se gli indicatori restano su livelli che non si erano mai visti nel periodo della crisi. È successo la settimana scorsa con l’indice Ifo sul clima delle imprese in Germania scivolato a febbraio di due punti a quota 115,4. Non è il record raggiunto a gennaio (117,6), ma resta pur sempre – fa sapere l’istituto tedesco – il secondo dato più alto dal 1991. Stesso copione in tutti i big dell’area euro. Fanno eccezione solo i consumatori tedeschi e le imprese olandesi, che mese dopo mese sono sempre più ottimisti, senza interruzioni.
Ora gli occhi sono puntati sulla giornata di domani, quando verranno diffusi i dati sulla fiducia di consumatori e imprese in Italia, quelli sulla confiance delle famiglie francesi e l’indicatore della Commissione europea sulla Zona euro e i 28 paesi dell’Unione. Nuove spie luminose per capire a che punto è la ripresa e se anche in questo caso vale la regola della lenta risalita. Del resto le ultime stime di Bruxelles scommettono su un Pil in crescita del 2,3 quest’anno, con una forbice tra l’1,5% dell’Italia e il 2,9% dell’Olanda. «La situazione – dice Carlo Milani, direttore di Bem Research – sta migliorando e l’indicatore di fiducia è un indizio in più che lo conferma».
I segnali positivi ci sono e per capire che cosa è successo occorre riavvolgere i fili. A partire dal 2007 l’Europa ha dovuto fare i conti con un nuovo deficit: l’assenza di fiducia. Quel piccolo numero, elaborato con criteri e parametri diversi a seconda dei Paesi, che mercati e classe politica tengono d’occhio con attenzione per tastare il polso alla propensione ad acquistare (nel caso dei consumatori) o a investire (per le imprese), si è ridotto progressivamente al lumicino. Dal 2012 è però iniziato un lento ma costante rialzo, con ritmi e intensità diversi all’interno dell’Eurozona. Una graduale iniezione di ottimismo che ha avuto effetti diversi di pari passo con l’iniezione (più concreta) di liquidità da parte della Bce e con i timidi segnali di svolta che a mano mano sono usciti allo scoperto. Il movimento al ribasso è stato veloce nei primi anni di crisi, mentre il trend positivo fa più fatica a consolidarsi. La mappa del ritrovamento della fiducia perduta varia però da Paese a Paese.
I consumatori francesi hanno manifestato il massimo dell’ottimismo dall’inizio della crisi nel giugno scorso, di pari passo con l’insediamento del nuovo Presidente Emmanuel Macron. L’indice ha segnato 108 punti, trainato soprattutto dalla percezione di un miglioramento della capacità di risparmio. Quel livello nei mesi seguenti non è più stato raggiunto, ma l’indice si situa ben oltre la media di lungo periodo. In Spagna il traguardo è stato raggiunto ad agosto e finora non più ritrovato, in Olanda a dicembre. La Germania l’ha raggiunto due volte: a novembre 2017 e questo mese. In Italia il “clima” più favorevole ai massimi storici è stato percepito a fine 2015, poi di nuovo lo scorso dicembre. Il mese scorso si è invece verificata una leggera decelerazione, dovuta soprattutto alle aspettative sull’economia e sul mercato del lavoro.
Si mantiene saldo sulle alte quote anche il sentiment delle imprese nei Paesi considerati. Gli imprenditori tedeschi vedono rosa sulla situazione attuale, ma hanno leggermente ridotto le aspettative sul futuro. In Francia resta invece qualche nube all’orizzonte nel settore dei servizi. Qualcosa si muove poi nelle costruzioni, un settore che tradizionalmente anticipa, nel bene e nel male, lo stato di salute dell’economia, con segnali incoraggianti in Italia, Spagna e Olanda.
«Nei prossimi mesi – dice Milani – l’evoluzione degli indicatori sarà condizionata da una serie di fattori come il futuro del Quantitative easing della Bce, le elezioni, la governance della Zona euro e le politiche di Donald Trump». Attenzione, però, conclude l’economista, a non dare eccessivo peso a questi indici: «Sono indicatori imperfetti che descrivono un atteggiamento psicologico e a volte lanciano messaggi fuorvianti: è successo nel 2014-2015 in Italia, quando l’aumento della fiducia dei consumatori non si è tradotto in maggiore propensione al consumo. Meglio dunque considerarlo una delle tante spie luminose accese nelle sale radar dell’economia, da tenere d’occhio, ma da maneggiare con cura».

Chiara Bussi

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