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La Fiat: sì alla Fiom in fabbrica «Ma ora una legge o via dall’Italia»

MILANO — A ben vedere Fiat e Fiom concordano su un punto, e forse bisogna partire da qui per chiarire una dialettica, spesso aspra, ormai lunga più di tre anni: la necessità di una legge sulla rappresentanza sindacale. Il Lingotto la chiede. Anzi la rivendica definendola «ineludibile», perché la certezza del diritto e «l’esigibilità» dei contratti aziendali firmati è una «condizione» necessaria «per la continuità dell’impegno industriale di Fiat in Italia». La Fiom non la esclude, anzi il leader delle tute blu della Cgil, Maurizio Landini, dice di sostenerla da tempo, tanto da aver persino raccolto le firme presentando in Parlamento una legge di iniziativa popolare finita, evidentemente, nel dimenticatoio. Certo è che la giornata di ieri registra da parte del Lingotto la volontà di un’apertura (da accogliere come una «notizia, tardiva, ma positiva», dice Susanna Camusso) nei confronti del sindacato ritenuto più oltranzista dal management torinese: Fiat accetterà la nomina dei suoi rappresentanti all’interno delle fabbriche, come disciplinato dalla sentenza della Corte costituzionale del 23 luglio e l’affermazione provoca la soddisfazione di Landini, che parla di «rientro in fabbrica dalla porta principale». Riavvolgiamo il nastro: la Consulta poco più di un mese fa ha dichiarato «illegittimo» l’articolo 19 comma 1 dello Statuto dei lavoratori, che aveva consentito alla Fiat di tenere fuori dagli stabilimenti i delegati Fiom a causa della mancata firma dei metalmeccanici Cgil sul contratto aziendale firmato a maggioranza dalle altre sigle sia a Pomigliano, sia a Mirafiori. I giudici costituzionali nel motivare la sentenza avevano ritenuto che quell’articolo dello Statuto contrastava con i «valori del pluralismo e della libertà di azione dell’organizzazione sindacale», contravvenendo a tre articoli della Carta costituzionale e bocciando così la norma che fino a ora è stata l’architrave delle relazioni industriali in Italia. Ecco perché la questione normativa è il punto dirimente, perché di fatto si è di fronte a una vacatio legislativa che investe il terreno della rappresentanza sindacale e si riverbera sulle scelte di politica industriale del Lingotto, che subordina al «modello Pomigliano» (con quello che ne consegue in termini di produttività) le prospettive future di investimento nel nostro Paese. Nel futuro prossimo la data in rosso è quella del 30 settembre, quando a Mirafiori scadrà la cassa integrazione straordinaria per gli oltre 5 mila dipendenti e risorse fresche sono vitali per il proseguimento dell’attività. Come è nebulosa la prospettiva per il sito produttivo di Cassino, così diventa urgente capire che cosa intenderà fare Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat-Chrysler, dopo gli investimenti da un miliardo a Grugliasco, i 700 milioni per la Sevel di Atessa (Chieti) e gli altri 800 milioni proprio a Pomigliano d’Arco, dove a giugno non sono mancate le tensioni per due sabati lavorativi richiesti dal Lingotto per rispondere a una commessa. Che sia necessario un intervento legislativo è chiaro soprattutto al giuslavorista Pietro Ichino (e senatore di Scelta civica) che parla di un disegno di legge che prevederebbe «il riconoscimento a qualsiasi sindacato che abbia almeno il cinque per cento dei voti in azienda». Mentre Cesare Damiano, presidente della commissione Lavoro alla Camera, ritiene come «una legge sulla rappresentanza sindacale sia un obiettivo rapidamente raggiungibile». Di tutt’altro avviso Luigi Angeletti, segretario Uil, secondo il quale «le uniche garanzie alla Fiat possono darle i sindacati che gli accordi li hanno firmati». Il presidente degli industriali, Giorgio Squinzi, s’ispira invece alla concertazione: «Sediamoci tutti attorno un tavolo e troviamo le condizioni affinché la Fiat resti in Italia». Basterà?

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