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La Fiat ammaina la sua bandiera a Torino e la alza a Wall Street. Ma il debutto è incolore

Hanno dovuto stirare la bandiera italiana per poterla esporre sulla facciata di Wall Street. Non capita tutti i giorni di inserire nel listino una società italiana, sia pure in comproprietà con la bandiera americana e con quella del Brasile, altro punto di forza della nuova Fca. Siccome a Wall Street le azioni contano, il posto d’onore tra i tre vessilli spetta all’Italia. Exor possiede infatti quasi la metà della nuova società.

«Questo è il coronamento di un lavoro durato più di cinque anni e costruito dalle 300 mila persone che fanno la nostra azienda», dice l’amministratore delegato, Sergio Marchionne, rispondendo alle domande delle tv in quella che un tempo era la sala delle contrattazioni più rumorosa del mondo. Oggi è stata silenziata dai computer ed è sostanzialmente occupata dalle telecamere. Il grosso delle vendite e degli acquisti si svolge on line. Il fascino della campanella rimane però inalterato e alle 16 (ora di New York) Marchionne ed Elkann la suonano insieme a segnare la fine delle contrattazioni di giornata.
Il presidente di Fca si presenta al balcone con la moglie e i due figli: «Sono orgoglioso di aver portato la Fiat fino qui», dice prima di salutare il pubblico della sala più famosa della finanza mondiale con i bambini in braccio. Il primo giorno di quotazione si chiude sostanzialmente in parità. Il titolo resta a 8,92 dollari, poco sotto i 9 dollari della quotazione di partenza. La curiosità degli investitori americani riguarda le scelte sull’aumento di capitale e sul futuro di Ferrari. Non per caso la rossa è l’auto del gruppo più fotografata tra quelle esposte in strada di fronte all’ingresso del Nyse. Vendere Ferrari? «Al contrario, è un marchio fortissimo, ce la teniamo stretta», dice Elkann. E aggiunge che «il ritorno di Alfa Romeo in America, così come il raggiungimento delle 400 mila vendite globali sono obiettivi possibili. Sul ritorno in Usa di Alfa metteremo lo stesso impegni che abbiamo messo in questi 60 anni di presenza Ferrari».
Il riferimento è alla recente celebrazione per l’anniversario del Cavallino a Los Angeles, cui hanno partecipato Marchionne ed Elkann ma non Montezemolo. Per Marchionne «la quotazione di oggi è anche il ritorno a Wall Street di Chrysler». La più piccola delle case di Detroit era sparita dal listino nel 2007, quando era cominciata la fase più dura della crisi che l’aveva portata sull’orlo del fallimento. Sempre in risposta agli analisti americani l’ad ripete che «tecnicamente non è necessario un aumento di capitale». Poi precisa che «non è necessario ottenere denaro vendendo azioni », allusione che finisce per puntare l’obiettivo sulla prossima riunione del cda il 29 ottobre a Londra.
È evidente che, chiuso il capitolo della fusione con Chrysler, il board di Fca già pensa a nuove mosse, in programma, sembra di capire, in tempi abbastanza brevi. Nuove alleanze, aveva ipotizzato lo stesso Marchionne nei giorni scorsi. Che cosa resta all’Italia e ai dipendenti italiani di questo passaggio?: «Lo dico con grande umiltà, altrimenti mi accusano di essere arrogante. Con la nostra storia abbiamo dimostrato che gli italiani sanno costruire un grande progetto e portarlo a termine», risponde Marchionne. I l passaggio di ieri serve anche a far partire il piano prodotti, quello che, ha più volte promesso l’ad, dovrà togliere la cassa integrazione dagli stabilimenti della Penisola.
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