Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

La Federal Reserve ignora Trump alza i tassi e Wall Street va giù

La Federal Reserve non cede alle pressioni di Donald Trump. Non c’è stata quella “capitolazione”, o resa incondizionata, che ( forse) avrebbe placato le paure dei mercati. 48 ore dopo che il presidente degli Stati Uniti aveva condannato come assurdo un rialzo dei tassi, quel rialzo c’è stato. Un quarto di punto, nono aumento dal dicembre 2015, che porta il livello al 2,5%. Questa mossa, che era già nei piani della Fed, si è accompagnata però ad una prudente revisione delle aspettative per l’anno prossimo: potrebbero essere solo due gli interventi sui tassi nel 2019, fino a raggiungere quel 3% che sarebbe una politica monetaria “neutrale”, né espansiva né restrittiva per i suoi effetti sull’economia reale. Wall Street ha chiuso nuovamente in rosso, il mix dei gesti e dei messaggi non è piaciuto agli investitori. Né a quelli che speravano in una Fed improvvisamente allineata con Trump; né a quelli che hanno trovato conferma di un rallentamento probabile della crescita. La cautela delle proiezioni sul costo del denaro nel 2019 sta a significare proprio questo: nonostante il livello ancora storicamente basso dei rendimenti, la banca centrale americanateme ( anche se non lo dice in modo così esplicito) che una normalizzazione dei tassi possa contribuire a innescare la prossima recessione.
«Il 2018 – ha detto il presidente della Fed, Jerome Powell – è stato l’anno più vigoroso dall’epoca della crisi finanziaria». Tutti i numeri sono positivi: la crescita dei salari pari al +3% annuo, l’inflazione vicina al livello ottimale del 2%. «In particolare l’aumento delle retribuzioni è benvenuto – ha detto il banchiere centrale – e non c’è ragione che sia fonte d’inflazione » . Una promozione a pieni voti per l’economia americana, ma anche un omaggio reso a una performance che non si ripeterà. Powell infatti ha confermato che la banca centrale « vede una crescita più moderata nel futuro » . In parte anche per effetto della stessa politica monetaria: «Nel 2019 questa darà meno spinta all’economia ». Sia per la crescita del costo del denaro, sia per la vendita graduale dei bond accumulati durante il ” quantitative easing”, l’economia reale non può più contare sull’abbondanza di credito a buon mercato. Ed è normale che sia così, una volta superata l’emergenza: « La politica monetaria – ha detto Powell – non ha bisogno di essere accomodante». E le considerazioni politiche non giocano «alcun ruolo».
La banca centrale americana si trova oggi in una posizione che non è indolore, ma le è del tutto familiare. Deve fare un lavoro che non piace ai mercati e non piace ai politici; preservando la propria indipendenza; a rischio di diventare il capro espiatorio qualora si passi da un semplice rallentamento della crescita ad una vera e propria recessione. Ci furono epoche in passato in cui la Fed manovrò l’arma dei tassi con ben altra ferocia. L’esempio classico fu il regno di Paul Volcker negli anni Ottanta quando all’inflazione galoppante la banca centrale rispose con una stretta spietata, tassi d’interesse a due cifre. Oggi tutto avviene in un contesto irriconoscibile: negli anni Ottanta una disfatta sindacale indebolì durevolmente il potere contrattuale dei lavoratori ( in timida ripresa solo di recente per effetto del pieno impiego); ci fu l’ingresso della Cina nell’economia globale con un impatto deflattivo; ci fu l’esaurimento nei progressi della produttività che ha chiamato in causa la ” stagnazione secolare”. Infine il crac sistemico del 2008-2009 e le politiche del tutto eccezionali per curarlo, l’acquisto di 4.500 miliardi di titoli sui mercati da parte della Fed ( poi imitata da altre banche centrali). La banca centrale americana vuole comportarsi come se il ritorno alla normalità sia vicino; ma senza darlo per scontato, e vigilando su possibili ricadute. Un esercizio di alto equilibrismo, acrobazia sul filo teso.
Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Intervista ad Alessandro Vandelli. L'uscita dopo 37 anni nel gruppo. I rapporti con gli azionisti Un...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

I gestori si stanno riorganizzando in funzione di una advisory evoluta che copra tutte le problemati...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Non far pagare alle aziende i contributi dei neo assunti per due anni. È la proposta di Alberto Bom...

Oggi sulla stampa