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La Fed verso la riduzione degli stimoli

Le riunioni del Comitato monetario della Fed si apriranno oggi in un contesto storico, sotto molti punti di vista: avviene in coincidenza con il quinto anniversario del fallimento Lehman e dell’inizio della crisi economica e finanziaria mondiale; avviene dopo il passo indietro di Larry Summers, il candidato che sembrava essere il prescelto di Barack Obama per sostituire Ben Bernanke alla guida della Banca centrale americana; avviene nel momento in cui i mercati si attendono un segnale preciso per l’inizio del tapering, cioè dell’allentamento della manovra di acquisto di titoli del Tesoro sul mercato prevista da Quantitative Easing III e il giorno dopo una promessa solenne di Obama, «l’economia americana creerà altri 7,5 milioni di posti di lavoro», promessa nella quale è inevitabilmente coinvolta la Federal Reserve nel suo mandato di ricercare sempre un giusto equilibro fra stabilità dei prezzi e piena occupazione.
Nel brevissimo la notizia più attesa riguarda il “tapering”, la riduzione graduale degli ammontari destinati ogni mese ad acquisti di titoli del tesoro sul mercato per mantenere tassi di interesse quanto più possibile vicini allo zero. L’intervento per ora è di circa 80 miliardi di dollari al mese, una cifra colossale. Il mercato è nervoso perché teme un boomerang a breve, una caduta dei valori dei titoli in borsa per timori degli effetti restrittivi sull’economia da un contenimento della manovra accomodante da parte della Federal Reserve. C’è chi, com Goldman Sachs scommette su una diminuzione di 10 miliardi di dollari, dunque da 80 a 70 miliardi già per le prossime operazioni di acquisto e chi ritiene che l’azzeramento degli interventi sarà ancora più graduale fino all’esaurimento alla scadenza verso la metà del 2014.
Bernanke ha sempre detto che uno degli elementi di fondo sarabbe stato l’andamento dell’economia americana. Il dato centrale resta quello della creazione di occupazione e anche se per il mese di agosto si è sfiorata la soglia di 200mila nuovi salariati dipedenti in un mese, il dato non è esplosivo e consiglia prudenza alla Fed.
Ma al di là della gradualità o meno, quel che interessa è la reazione del mercato. E con le continue dichiarazioni degli ultimi mesi Bernanke ha già contribuito a mitigare l’impatto della decisione quando sarà annunciata.
È in questo contesto che si inserice il colpo di scena di domenica sera, la rinuncia di Larry Summers a correre per la Fed. L’ex segretario al Tesoro ha inviato una lettera al presidente Barack Obama, ha preso atto delle resistenze di alcuni in Parlamento e, ha scritto: «Per il bene della Federal Reserve dell’incisività dell’azione economica della sua amministrazione e per il bene del Paese ritiro la mia candidatura». Cosa farà Obama?
Sappiamo che per nomine chiave preferisce persone molto vicine a lui, come era Summers. Janet Yellen, numero due della Fed e unica alternativa a Summers non fa parte dell’«inner circle» del presidente, non solo è legata all’ala progressista sia dei cirocli accademici (Jo Stiglitz ad esempio) e si dice che in precedenti incontri privati con Obama i due non abbiano legato. L’unico nome spendibile sarebbe quello di Tim Geithner, ex segretario al Tesoro che guidò anche la Fed di New York. Ma Geithner anche per ragioni personali ha preferito ritirarsi a vita privata. Dovremmo dunque partire dal presupposto che il prossimo capo della Fed sarà la Yellen anche se la corsa non è del tutto finita e potrebbero spuntare a sopresa altri nomi. Obama avrebbe il vantaggio di fare storia nominando per la prima volta una donna alla guida della Fed, ma avrebbe forse anche dei vantaggi indiretti per i suoi progetti, la Yellen infatti è più colomba in politica monetaria di quanto non lo sia Summers. Summers voleva rafforzare il dollaro e stringere sui tassi. La Yellen preoccupata dagli obiettivi di piena occupazione anche per via della sua estrazione economica sarebbe più orientata a rendere più graduale il tapering e certamente non si preoccuperebbe (come era da sempre la linea Summers/Rubin), del dollaro forte. Ma ormai è solo questione di giorni, al massimo di settimane, poi Obama formalizzerà la sua scelta.

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