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La Fed teme l’effetto inflazione Alzerà i tassi prima del previsto

La Federal reserve resta paziente, ma la stretta ora appare più vicina. Al momento sono rimasti fermi i tassi di interesse allo 0-0,25%, sono stati confermati gli acquisti di titoli (80 miliardi di dollari al mese di bond più 40 miliardi di asset backed securities) e più in generale tutto l’orientamento di politica monetaria. I rialzi dell’inflazione sono stati di nuovo considerati come «transitori», con una decisione presa all’unanimità.

Il presidente della Fed, Jerome Powell, ha però avvertito che «se vedessimo segni che l’andamento dell’inflazione o le aspettative di inflazione di lungo termine si muovano in modo notevole e persistente al di sopra i livelli coerenti con il nostro obiettivo, saremo pronti a modificare l’orientamento della politica monetaria». Al momento, in ogni caso, le aspettative restano ancorate, anche se in rialzo, ma le interruzioni delle forniture, ha avvertito Powell «aumentano la possibilità che l’inflazione diventi più elevata o sia più persistente di quanto ora ci aspettiamo».

Le nuove preoccupazioni dela Fed sono confermate dai “dots”, i puntini con i quali i governatori – individualmente – indicano ogni tre mesi le proprie previsioni sull’andamento dei tassi. Oggi lasciano intravvedere una stretta più vicina rispetto a marzo. Se a fine anno i tassi resteranno fermi, aumentano nel 2022 le indicazioni di un possibile rialzo: la mediana delle proiezioni resta ferma al livello attuale, ma la media sale allo 0,25%: tre governatori hanno cambiato idea e hanno anticipato i tempi per un possibile primo rialzo, già possibile da altri due banchieri centrali. Sono intanto diventati due, da uno, coloro che immaginano due rialzi. Ancora più chiaro il quadro per il 2023: la mediana – che era ferma allo 0,125%, sale bruscamente fino allo 0,625% – segnalando una stretta progressiva e rapida – mentre la media sale dallo 0,40% allo 0.7%: sono infatti tredici i banchieri centrali Usa, su 18, che hanno rivisto al rialzo le loro indicazioni sul costo ufficiale del credito.

La Fed invita a non dare troppa importanza a queste indicazioni, ed effettivamente le proiezioni sull’inflazione non sono state solo leggermente riviste al rialzo: 3,4%, dal 2,4% di marzo per quest’anno, 2,1% dal 2% per il 2022 e 2,2% dal 2,1% per il 2023. La Fed non immagina quindi che si possa superare la soglia di tolleranza del 2,5%. È possibile quindi che i governatori abbiano elaborato le loro previsioni anche in un’ottica di risk management.

Anche le proiezioni sul pil sono state riviste al rialzo: +7%, dal 6,5% di marzo per quest’anno, 3,3%, invariato, per il 2022, e 2,4%, dal 2,2% per il 2023, un livello superiore al livello potenziale – identificato come previsione di lungo periodo – rimasto invariato all’1,8%. La disoccupazione dovrebbe passare dal 4,5% di quest’anno al 3,8% del prossimo al 3,5% del 2023, con un livello sostenibile del quattro per cento.

Le proiezioni disegnano – come a marzo, ma in circostanze completamente diverse – un’economia che corre più velocemente del potenziale e che quindi pone il rischio di un surriscaldamento. Powell ha anche sottolineato che molti dei componenti del Fomc, il comitato di politica monetaria «prevedono che le condizioni economiche favorevoli», quelle che la Fed ritiene necessario raggiungere prima di ridurre il livello di accomodamento monetario «saranno raggiunte prima di quanto immaginato in precedenza».

Per valutare invece un eventuale tapering, una riduzione degli acquisti di titoli, ha aggiunto Powell «mi aspetto che potremo dire qualcosa in più sui tempi quando vedremo nuovi dati» ma in ogni caso in una delle prossime riunioni, se i progressi realizzati da dicembre continueranno a manifestarsi. Ogni indicazione sarà comunque data con ampio preavviso. I mercati hanno reagito con una brusca flessione: -0,97% il Dow Jones e -0,93% il Nasdaq durante la conferenza stampa mentre i rendimenti dei bond sono saliti.

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