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La Fed spinge il rialzo dei tassi “Fiducia nell’economia Usa”

E’ il primo rialzo dei tassi d’interesse che inaugura l’era Trump. Altri ne seguiranno. Fino a disegnare uno scenario economico nuovo, adattato per gestire un boom con inflazione: e forse decretare che “la ricreazione è finita”? La Federal Reserve ieri ha fatto quello che i mercati si aspettavano: un aumento del costo del denaro, per ora modestissimo, un quarto di punto percentuale. La presidente della Fed, Janet Yellen, lo ha presentato come una conferma dell’ottimismo che regna alla banca centrale americana: «E’ un voto di fiducia nell’economia».
Wall Street ha reagito con un piccolo ribasso, allontanando il mitico traguardo dei 20.000 punti per l’indice Dow Jones. Eppure la Borsa non è certo stata sorpresa dalla mossa della Fed. Ma gli investitori cominciano a introiettare gli elementi di preoccupazione: la stretta monetaria che verrà, potrebbe sgonfiare una bolla speculativa. Inoltre c’è il problema del Superdollaro: ieri la valuta Usa ha di nuovo guadagnato terreno su tutte le altre. Più salgono i rendimenti offerti dai bond americani – che normalmente si adeguano o accompagnano le tendenze dei tassi federali – più si accresce il flusso di capitali verso gli Stati Uniti.
Ma questo rafforza il dollaro e danneggia i profitti delle multinazionali americane. Insomma Trump eredita un’economia obamiana in buona salute ma forse anche troppo: quando una recessione si avvicina al suo ottavo compleanno di solito la fine è vicina.
Il meeting di fine 2016 della Fed ha alzato i tassi solo per la seconda volta dal 2008: stiamo appena cominciando a uscire da un lunghissimo periodo segnato da una politica monetaria eccezionalmente espansiva. Tuttora questi tassi Fed sono appena tra lo 0,50% e lo 0,75%, ai minimi storici. Ma la risalita è ormai iniziata e la Fed ha fatto sapere che prevede altri tre rialzi dei tassi nel 2017, poi ancora tre in ciascuno degli anni successivi, fino a raggiungere un livello “normale” del 3%. Questo perché l’economia americana sta avvicinandosi al pieno impiego (il tasso di disoccupazione ufficiale è del 4,6% oggi e la Fed lo vede al 4,5% nel 2017), e sta perfino tornando un po’ d’inflazione, vicina al 2% che è l’obiettivo fisiologico della Fed. Tutto questo peraltro doveva accadere già all’inizio dell’anno. La Yellen aveva nella sua tabella di marcia di 12 mesi fa ben tre o quattro rialzi dei tassi scadenzati nel 2016. Poi è successo di tutto: crisi della Borsa in Cina a gennaio, Brexit a giugno. Le turbolenze esterne hanno spinto la Fed a congelare ogni decisione. Si riparte da dove ci trovavamo un anno fa.
Di nuovo c’è un certo Donald Trump, ovviamente. Il quale ha fatto delle promesse impegnative in campagna elettorale. Una forte riduzione del prelievo fiscale sia sulle famiglie dai redditi medioalti sia sulle imprese; e un piano di investimenti nelle infrastrutture dell’ordine di mille miliardi. Se le manterrà, l’impatto macroeconomico sarà forte: un sostegno alla crescita, ed anche all’inflazione. Dopo avere vissuto in un mondo che era segnato in modo “secolare” dal binomio globalizzazione- deflazione, all’improvviso ci troveremo catapultati in un mondo di reflazione e de-globalizzazione (o ri-nazionalizzazione parziale delle economie). La Fed dovrà tenerne conto. La banca centrale Usa ha due compiti istituzionali: sostenere la crescita, e vigilare sulla stabilità dei prezzi (meglio definita come un’inflazione moderata). Se la crescita si sostiene da sola, o addirittura rischia di entrare in un periodo di surriscaldamento per le politiche di Trump, l’accento andrà spostato sul secondo compito istituzionale. Un boom da Trumponomics potrebbe scontrarsi allora con una politica monetaria più restrittiva, magari tale da innescare la prossima recessione.
La stessa politica monetaria però incrocerà le vicende della politica tout court, anche in un altro modo. Trump in campagna elettorale polemizzò apertamente e duramente con la Yellen. Accusò la presidente della Fed di favorire i democratici con una politica monetaria troppo espansiva. Parlò di una “bolla speculativa” alimentata dagli acquisti di bond da parte della banca centrale. Ora Trump non ha certo voglia di vedersi ritorcere contro le sue stesse parole. Guai se la bolla dovesse sgonfiarsi proprio adesso. Ma lui ha la possibilità di cambiare gli equilibri politici in seno alla Fed. Scadono due poltrone di governatori del Board il prossimo anno, e poi la stessa Yellen nel febbraio 2018. Sono tutte caselle che Trump vorrà riempire con dei seguaci della sua “politica dell’offerta”, che non gli mettano bastoni fra le ruote. Per adesso il futuro padrone della Casa Bianca e la banchiera centrale più potente del mondo si studiano e si osservano.

Federico Rampini

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